mercoledì 8 luglio 2020

una scorpacciata di film asiatici (e una prima lista di quelli visti)


Quest'anno il Far East Film Festival di Udine, dapprima posticipato, ha finito per svolgersi interamente online. Grazie all'accredito è stato possibile vedere in streaming tutti i film in concorso. Per me è stata una cosa estremamente positiva perchè quando vado al festival rimango solo tre giorni, durante i quali vedo quello che passa il convento, ma a questo giro ho potuto guardare tutto quello che mi pareva. Il lato negativo è stato invece che praticamente sono vissuta blindata in casa per dieci giorni guardando quattro film al giorno (una volta cinque). Alla fine sono stata quasi contenta che fosse finito per poter tornare a fare altro XD Tranquilli, tra un film e l'altro ho trovato il tempo di sfamare il marito e anche la gatta ^___^
Nei prossimi giorni farò un resoconto di quello che ho visto. Siccome la roba è tanta, cercherò di parlare solo brevemente di ogni film. Comincerò in ordine di gradimento inverso, ovvero da quelli che mi sono piaciuti di meno - vorrei precisare però che di cose che mi hanno fatto schifo non ce ne sono state, solamente alcuni film mi hanno emozionato e toccato più di altri, oppure vi ho trovato un maggiore valore in termini di contenuto. Del resto io non sono certo un critico cinematografico e i miei criteri di valutazione sono certamente diversi da chi fa il critico di mestiere.
Comincio dunque con due registi giapponesi per me problematici XD


Il film di Obayashi Nobuhiko mi ha fatto venire un cerchio alla testa! Obayashi è considerato un mostro sacro, quindi se mai di qui dovesse passare un critico cinematografico vero probabilmente mi prenderei degli insulti, ma questo suo ultimo lavoro - ultimo davvero, visto che purtroppo il regista è morto di recente - per me è stata una cosa inguardabile. Labyrinth of cinema/Umibe no eigakan kinema no tamatebako è una sorta di ricostruzione della storia del Giappone attraverso i film che avviene sullo schermo di un piccolo cinema che sta per chiudere; alcuni personaggi del pubblico vengono risucchiati dentro lo schermo e assistono dal vivo agli avvenimenti. Detta così suonerebbe bene, difatti se la cosa fosse stata costruita in maniera più convenzionale di certo mi sarebbe piaciuta, ma il montaggio troppo concitato e l'estrema stravaganza dell'operazione ha fatto sì che abbia mollato la visione dopo mezz'ora perchè mi stava veramente scoppiando la testa. Poi ho scoperto che questo film durava tre ore e mi sono detta che ho fatto molto, molto bene (in realtà odio mollare a metà le cose, che si tratti di film, libri o serie TV, questo è stato un caso più unico che raro).



Watanabe Hirobumi è un giovane regista indipendente al quale il FEFF aveva riservato ben quattro proiezioni (che se non corrispondono alla sua opera omnia, poco ci manca). Watanabe lavora in maniera artigianale, con la collaborazione dei fratelli e di amici e conoscenti, e devo ammettere che i suoi due film che ho visto hanno dei tocchi di genialità. Lo ammetto con il cervello, perchè il suo stile, ahimè, non fa per me. Mi rendo conto che questo è un mio limite, prediligo film strutturati in maniera convenzionale e dinamici, quindi il suo stile documentaristico puro, al limite del reality, a me risulta abbastanza noioso. Difatti dopo i primi due film ho deciso di non vedere gli altri. Il primo, I am really good/Watashi wa genki, ci mostra la giornata tipo di Riko, una bambina delle elementari; si alza, va a scuola insieme al fratello maggiore e all'amichetta Nana, torna a casa, fa i compiti, eccetera. Sì, la poesia della semplicità e della purezza dell'infanzia, eccetera, però che sbadigli! Le mie scene preferite sono state quelle con il venditore porta a porta di libri per bambini che cerca di vendere i libri prima a Riko e poi alla sua amica Nana, chiedendo che usino la loro paghetta perchè sono sole a casa, ma quando sente che il padre di Riko è un poliziotto se la dà a gambe facendole giurare di non dire a nessuno che è passato, e la stessa cosa accade quando va da Nana e dopo poco spunta Riko che è in visita dall'amica. Il secondo film, Cry/Sakebigoe, mostra invece la settimana tipo di un allevatore di maiali;  si alza, fa colazione, si reca alla fattoria, accudisce i maiali, fa una pausa pranzo, torna a casa, cena, legge, scrive, dorme. E così via, con l'unica differenza della domenica quando, in una botta di autocitazione del regista, va al cinema a vedere Watashi wa genki, è l'unico spettatore – dimostrazione che Watanabe è dotato di auto-ironia – e si addormenta – che è quello che stavo per fare anch'io. Quelli che ci capiscono dicono che questo film è una metafora della ripetitività e inutilità della vita, laddove l'uomo è come un automa che ripete sempre gli stessi gesti. Punto a favore di entrambi i film: erano brevi.




Questo film cinese è tratto da una storia vera. The Captain/The Chinese Captain ricostruisce l'incidente avvenuto nel 2018 al volo 8633 della Sichuan Airlines diretto a Lhasa. Mentre sorvolava l'Himalaya, il vetro della cabina di pilotaggio dell'aereo s'infranse depressurizzando l'ambiente. Il capitano, con enorme sangue freddo, riuscì a invertire la rotta e atterrare a Chengdu. Si può ben dire che si trattò di un miracolo, ma ebbero grande peso anche l'esperienza e l'abilità del pilota. Le scene migliori naturalmente sono quelle a bordo dell'aereo; belle anche quelle del personale di terra in ansia e dei soccorsi prontamente apportati. Sul finale però ha preso sopravvento un tono propagandistico da spot promozionale dell'eroismo cinese, e questa cosa mi è rimasta leggermente di traverso, insieme al siparietto dell'ultima scena a Lhasa, dove tutti ballano felici e contenti e soprattutto ignari delle politiche cinesi in Tibet.



Purtroppo mi ha deluso il Taiwanese Detention/Back to school, e ancora una volta il motivo è lo stile più che il contenuto che, anzi, sarebbe stato interessante. La storia è ambientata durante il cosidetto terrore bianco, un periodo in cui vennero perseguitati gli oppositori politici e tutti coloro che simpatizzavano per il comunismo o le idee di sinistra in generale. Siamo nel 1962 e, tra le altre cose, molti libri sono stati messi al bando; chi viene sorpreso a possederli o a leggerli rischia la pelle nel senso letterale del termine. In una scuola superiore due giovani insegnanti hanno creato una sorta di club dei libro proibito, malgrado sappiano quali rischi corrono se venissero scoperti. Tra i ragazzi che vi fanno parte c'è Fang Ray-shin che s'innamora di uno di questi insegnanti, il quale però ha una relazione con l'altra. La ragazzina ha un'idea per sbarazzarsi della rivale, ma la sua realizzazione porterà tutti alla rovina. Come dicevo, il problema del film è lo stile in cui è girato; è costruito come un horror, con Fang Ray-shin e un suo compagno che si ritrovano da soli di notte nella scuola e alcune presenze mostruose che appaiono. Alcuni flashbacks ricostruiscono la vicenda per cui alla fine si capisce bene che cosa è successo, però resto convinta che una sceneggiatura diversa avrebbe reso maggiore giustizia a questa storia.



Ecco il classico esempio di film con bravi attori, buona recitazione, alcune scene divertenti - come l'irruzione del gatto e del piccione nella casa del protagonista - ma che è talmente stereotipato che non mi ha trasmesso niente, a parte la convinzione che i coreani devono avere fatto tutti un patto col diavolo perchè Kim Rae-Won continua a essere gnocco malgrado il passare degli anni XD La trama di questo Crazy Romance/The Most Common Date vede un uomo e una donna sui trentacinque anni, entrambi variamente disillusi in questioni amorose, che s'innamorano ma, com'è prevedibile, tirano indietro, salvo poi infine decidersi a mettersi insieme. 



Ero curiosa di vedere Cheerful Wind per il fatto che risale al 1982. Si tratta di un film commissionato al regista sull'onda del successo della sua pellicola precedente che metteva in scena tre personaggi molto celebri all'epoca, mi pare di aver capito che fossero dei cantanti. La tripletta si ripresenta anche in questo film. Hsing-hui è una fotografa che si trova insieme a una troupe sull'isola di Penghu per girare uno spot commerciale. Il regista le fa la corte, ma lei non gli ha ancora dato un risposta; si sente invece attratta da un uomo che crede sia un isolano. Salta fuori che il tizio è cieco. Tornata a Taipei, lo reincontra e cominciano a frequentarsi. Scopre così che Chin-tai è un medico che ha perso la vista in un incidente e che sta aspettando il trapianto di cornea per tornare a vedere. La ragazza continua a frequentarlo senza dirgli che ha un quasi fidanzato e alla fine quando la cosa salta fuori lui giustamente s'incazza, anche perchè le ha chiesto di sposarlo. Tutto però finisce bene. Commedia leggera dunque, però gradevole anche per via della simpatia dei protagonisti; stendiamo un velo pietoso sulle canzoni della colonna sonora che in alcuni casi mi hanno portato vicino al taglio delle vene XD



Questo film e il successivo fanno pendant, difatti parlano, a distanza di parecchi anni, dello stesso avvenimento: l'assassinio del presidente Park Chung-hee avvenuto nel 1979 ad opera del capo dei servizi segreti Kim Jae-gyu (interpretato dall'immancabile Lee Byung-hun). The man standing next/The Heads of Namsan comincia un mese e mezzo prima dell'omicidio e ne rivela i retroscena. Si tratta di un film dalla solida recitazione e che, avendolo visto dopo quello di cui parlerò in seguito, mi è risultato più comprensibile, anche grazie alla sceneggiatura più lineare. Se non l'ho apprezzato più di tanto è perchè mi mancano i fondamentali, ovvero non sono coreana e l'assassinio di Park mi lascia piuttosto indifferente - a parte che non era certo uno stinco di santo e forse il mondo è stato un po' migliore senza di lui.



Come dicevo, anche questo The President's last bang/Then Those People parla dell'assassinio di Park, ma ricostruisce solo le ore immediatamente precedenti e successive. Il film è del 2005 e a interpretare l'omicida qui è Baek Yoon-Sik. L'ho rivalutato dopo aver visto The man standing next perchè subito non ci ho capito un cazzo. Come detto sopra, non sono coreana e ciò che so di questi eventi è ciò che ho letto su Wikipedia, quindi da principio l'impressione è stata di vedere un mucchio di gente che non avevo idea di chi fosse fare cose che non capivo. Eccellente, no? In seguito ho apprezzato, rispetto al precedente, il tono da black comedy.

NB: se vi state domandando perchè quasi tutti i film hanno due titoli, è perchè il primo è quello della distribuzione internazionale, il secondo è quello letterale o la sua traduzione; come forse ho già detto, sono una gran cagacazzi quando si tratta di traduzioni...

4 commenti:

  1. Caspita che full immersion.
    Io non ne sarei stata capace.
    Spesso non riesco a portare a termine la visione di un film, figuriamoci quattro o cinque di fila.
    Comunque era prevedibile che qualche pellicola ti deludesse, ma tutto sommato ti è andata bene. ;)

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    1. La selezione di questo festival è sempre molto buona, le cose che non mi sono piacite si contano sulle dita di una mano sola e nel corso di anni. Credimi, quando vado là fisicamente è peggio, sono arrivata a vedere anche 6 film in un giorno XD

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  2. Cercherò sicuramente di recuperare qualcosa. È da un po' che non guardo qualche bel film asiatico. Sono in un periodo alquanto impegnativo! @_@

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    1. Di certo quelli che propone il FEFF meritano, quando avrai più tempo potrai godertene qualcuno.

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