venerdì 29 maggio 2020

letture di maggio



Mentre stava per morire, a Perla Tull venne in mente uno strano pensiero, che le fece contrarre le labbra ed emettere un sospiro quasi come un fruscio: sentì il figlio al suo capezzale piegarsi su di lei. «Trovati... » gli disse. « Ti saresti dovuto trovare...»


Benchè Anne Tyler sia un'autrice nota, questo Dinner at the Homesick Restaurant è il primo suo lavoro che leggo, e devo dire che mi è piaciuto moltissimo. Il romanzo descrive una famiglia composta da madre e tre figli; il padre se n'è andato da un giorno all'altro, lasciando la donna a doversi occupare da sola dei ragazzini. E' un momento molto difficile, eppure Perla fa di tutto per i suoi figli, che però hanno di lei la visione di una persona distante e fredda, soggetta a scatti d'ira che la portano anche ad alzare le mani. Il figlio maggiore, Cody, è da sempre patologicamente geloso del fratello Ezra che ritiene il favorito della madre; pare che lo scopo della sua vita sia di rovinarla al fratello, ma non si rende conto che la gelosia ossessiva in realtà avvelena la sua stessa esistenza. Ezra invece è un carattere mite, una di quelle persone che paiono sempre contente di quello che hanno, sempre con modi pacati e un sorriso sulla bocca qualunque cosa accada. Divenuto padrone di un ristorante, egli cerca inutilmente di creare una parvenza di unità famigliare organizzando pranzi e cene che però non giungono mai alla conclusione perchè scoppia sempre qualche litigio che li interrompe. La sorella minore, Jenny, è forse quella che ha patito di meno le difficoltà della sua infanzia, anche se appare incapace di costruire legami affettivi solidi. Tutti i personaggi hanno ferite e ciascuno le affronta diversamente, attaccando o subendo. E' una storia dal gusto un po' amaro, di sofferenza taciute che, se magari fossero state espresse, avrebbero fatto meno male, nondimeno appare chiaro specialmente riguardo al personaggio della madre che proprio quel tacere le ha reso possibile stringere i denti e andare avanti malgrado tutto. Davvero un gran bel libro.



Henry Bridger si svegliò. Proprio accanto alle sue orecchie, delle pietre battevano su una superficie metallica con un rumore di tuono. Dopo qualche istante il fracasso si smorzò, si ridusse a un leggero scorrere di ghiaia, poi finì e fu il silenzio.

L. Sprague de Camp è un nome che non ha bisogno di presentazioni tra gli appassionati di fantascienza e di fantasy; tanto per dire, è il creatore del personaggio di Conan il barbaro. Meno noto ma comunque valido è P. Schuyler Miller, insieme al quale ha scritto questo romanzo nel 1941. A dire il vero, malgrado immagini che le intenzioni degli autori fossero serissime, a me questo Genus Homo ha dato l'impressione di essere un divertissement. Un gruppo di persone, coinvolte in un incidente stradale all'interno di un tunnel, si risvegliano nella terra del futuro. Non hanno idea di quanti anni siano passati, ma il Nord-America è diventato una foresta vergine abitata dall'evoluzione degli animali conosciuti. Tutti hanno assunto proporzioni gigantesche e le scimmie si sono evolute al punto da sviluppare lingua, scrittura e una civiltà. Dopo essere scampati a varie peripezie, gli uomini verranno catturati proprio da un gruppo di scimmie, finendo inizialmente esposti in uno zoo. La storia è scritta con brio e risulta divertente; oltre a illustrare gli inevitabili conflitti all'interno del gruppo degli umani, mi pare risolva in maniera troppo blanda i rapporti tra loro e le scimmie intelligenti, da qui l'impressione che mi sono fatta. Il pensiero è corso inevitabilmente a Il Pianete delle Scimmie, che però è successivo, quindi forse è stato questo romanzo di ispirazione e non viceversa. Chissà! 


Murray Gold, occhi castano chiaro, voce dolce con qualche sporadica traccia di balbuzie, statura un metro e sessantacinque e sempre con il vestito che dava l'impressione di essere mezza taglia in più, non aveva affatto l'aspetto di un criminale, e ciò gli aveva dato un immenso vantaggio competitivo.

At the point of a 38 fa parte di una serie di polizieschi con protagonista l'investigatore privato Michael Shayne, creatura di Brett Halliday (nome d'arte di David Dresser). Non ne avevo mai sentito parlare fino a questo volumetto che, lo confesso, ho raccattato dalla casetta del book-crossing solo per via della copertina. Non posso dire che mi abbia entusiasmato. Intanto perchè preferisco i delitti con motivazioni personali, mentre qui c'è un intrico di boss americani e terroristi palestinesi che mi è sembrato anche troppo macchinoso. Poi perchè il protagonista non mi ha detto niente. Ora, mi rendo conto che può essere dipeso dal fatto che non lo conoscevo e che mi sono persa quindi l'introduzione al personaggio; qui si dà per scontato che lo conoscano tutti, per dire. Però di per sé è un tipo che non mi è risultato molto simpatico perchè appare infallibile, mentre io ho un debole per quelli che sono leggermente sfigati, che alla fine riescono a sbrogliare la matassa, ma che nel mentre vengono corcati di mazzate, tanto per dirne una. Ancora una volta è un mio problema perchè il personaggio di Shayne, apparso per la prima volta negli anni Trenta, ha addirittura generato una serie di versioni cinematografiche e una serie televisiva.


Junji Itou è uno dei mangaka preferiti del figlio grande; io di suo non avevo mai letto niente, anche se avevo sommamente apprezzato la mostra dedicatagli a Lucca Comics and Games nel 2018. Siccome sono una gattara incurabile, avevo però preso questo volumetto che ho letto con il solito ritardo cronico. Le brevi storie narrano del rapporto dell'autore con i suoi due gatti Yon e Mu e mi hanno fatto morire dal ridere perchè, avendo io stesso una gatta, vi ho riconosciuto scene che sono capitate anche a me. L'unico difetto di questo volumetto è che è troppo corto (e anche un po' troppo caro, se proprio vogliamo cercare il pelo nell'uovo, ma questo è un altro discorso che riguarda certe scelte editoriali che non ho la competenza di discutere; se avete la pazienza di approfondire, ne parlava Wally Rainbow QUI)


Un maestoso panfilo bianco filava lentamente sulle acque azzurre del Mediterraneo. Sulla prora era scritto in oro il nome che il proprietario, il maragià di Bangore, gli aveva dato: Trimourti.

I due signori che vedete nella foto sono i due fratelli Jeanne-Marie e Frédéric Petitjean de la Rosière; dal loro sodalizio artistico nacquero decine di romanzi rosa pubblicati sotto lo pseudonimo di Delly che ebbero un enorme successo tra gli anni dieci e gli anni cinquanta del Novecento. Il romanzo Un dramma a Madapoura – del quale non ho scansionato come al solito la copertina perchè era monocromatica e faceva un po' schifo- è il primo loro lavoro che leggo e si tratta di un secondo volume, però non ho avuto la minima difficoltà a seguire il tutto pur non avendo letto il primo. Siamo dalle parti della Invernizio, con la differenza che la trama mi è parsa leggermente più plausibile e che i personaggi sono meno svenevoli, ma persiste la descrizione di caratteri estremi di buoni buonissimi e cattivi cattivissimi. La nostra eroina si chiama Manon ed ha appena sposato il maragià dell'incipit. La fanciulla, recatasi in India insieme a lui, si trova ad affrontare l'ostilità dei fedelissimi del marito che desiderano manipolarlo perchè guidi una sommossa popolare contro gli Inglesi. Sopravvissuta a diversi tentativi di omicidio, fa ritorno in Francia in segreto dopo che la congiura viene confidata agli Inglesi da parte di un traditore. In Francia arriva anche la nemica giurata di Manon, Sati, un'indiana follemente innamorata del maragià e altrettanto follemente gelosa di lei. Manon però è al centro anche di un altro complotto, quello ordito da suo zio che, per impossessarsi dell'eredità del fratello, l'ha rapita da bambina facendone perdere le tracce. Alla fine di tutto la giovane si riunirà sia col marito che con la madre che la credeva morta. Ecco dunque un'altra bella polpetta, e non mi meraviglia che a suo tempo i libri di Delly abbiano avuto tanto successo, perchè ancora una volta mi sono divertita parecchio a leggere queste improbabili avventure. 



On the third of March, 1820, John Brodrick set out from Andriff to Doonhaven, intended to cover the fifteen miles of his journey before nightfall.

Il mio secondo neurone, uscito dal coma grazie alla lettura quotidiana di alcune pagine in inglese, pratica iniziata grazie a Robin Hobb, mi ha supplicata di continuare con questa sana abitudine, nella speranza di conservarsi vispo e sveglio. Così sono andata a frugare in cantina, dove ricordavo di aver messo alcuni libri in lingua originale, sempre raccattati ai mercatini. Ho cominciato con questo che è a firma di una scrittrice che apprezzo molto e che difatti è all'altezza degli altri suoi lavori che avevo già letto. La Du Maurier scrisse Hungry Hill agli ininzi degli anni Quaranta ispirandosi agli antenati del suo amico Christopher Puxley. Si tratta di una saga famigliare che spazia nell'arco di un secolo e ne è stato tratto anche un film nel 1947. Protagonista è la famiglia Broderick e, indirettamente, la famiglia Donovan. Questi ultimi nutrono dell'animosità nei confronti dei Broderick dopo che, qualche decennio prima, la loro terra è stata data in dono ai Broderick come risarcimento dell'assassinio di un loro membro da parte di un Donovan. Di fatto i Broderick sono visti come dei forestieri che non c'entrano nulla con la regione che abitano. Malgrado ciò, John Broderick vuole portare il progresso, e per farlo decide di aprire una miniera di rame nella collina di Hungry Hill. Si trova un socio e procede, anche se da principio si scontra con l'ostilità della gente del posto e deve servirsi di manovalanza di un'altra regione. La miniera prospera e gli rende dei bei quattrini; gli procura però anche una maledizione da parte di Morty Donovan. Non so se è o no colpa della maledizione, ma sta di fatto che, malgrado il successo negli affari, la famiglia Broderick è funestata da una serie di lutti. Al suo interno sembrano alternarsi due caratteri: quello estroverso e costruttivo e quello cupo e autodistruttivo. Il libro mi è piaciuto molto, però che tristezza in certi punti! E' proprio vero che il denaro non dà la felicità, anche se in certi casi può funzionare come anestetico. Il finale è all'altezza del resto e fa riflettere sul senso delle ambizioni umane.

5 commenti:

  1. ottime letture, sono mesi che non vado in libreria… astinenza bestiale

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    1. Pensa che io sto vivendo di rendita con tutti i vecchi libri che raccatto ai mercatini...

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  2. Recentemente, di Daphne Du Maurier ho letto Mia cugina Rachele. Molto bello. Però in italiano, il mio inglese non è all'altezza della lettura di un libro, ahimè!

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    1. L'ho letto anch'io recentemente, bellissimo!
      Ah, non ti credere, ho sempre il dizionario a portata di mano ^___^

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