domenica 12 maggio 2019

caro amico ti scrivo


Caro Hiroki,
negli ultimi giorni mi sono sentita più Guchi che mai. So che è difficile da spiegare, ma ci provo lo stesso.
Se guardo alla mia vita vi riconosco alcune fasi. Da principio c'è stata un'infanzia che posso definire tutto sommato spensierata; da bambini tutti sono sè stessi, poi ci pensa il mondo - che siano genitori, insegnanti, le circostanze della vita, ecc. - a importi come ti devi comportare, e quel punto ci sono pochi cazzuti che mandano tutti a cagare e continuano ad essere se stessi e una maggioranza che si adegua, bene o male. Io ho capito che non potevo essere me stessa in quinta elementare e mi chiedo ancora che cosa ne sarebbe stato di me se avessi fatto parte del primo gruppo. Forse sarei morta in un fosso o forse ora sarei da qualche altra parte a fare qualche altra cosa, non necessariamente migliore di quella che sto facendo ora. Il problema dei rimpianti per me non si pone più dal momento in cui ho capito che il senno del poi è una delle maggiori sciocchezze che siano state inventate. Quella che conta veramente è la consapevolezza: qualunque decisione presa con piena cognizione di causa in base alle circostanze di quel preciso momento è giusta, anche se a distanza di tempo ci appare come un errore. Ciò che rimpiango sono solo le scelte fatte senza questo presupposto.
Tornando a me, dunque a nemmeno undici anni ho intrapreso la strada che mi avrebbe portato a diventare, seppure a malincuore, quello che volevano gli altri. C'è da dire che non sono mai stata del tutto passiva, che ho sempre trovato il modo di fare le cose che volevo fare, ma altrettante sono quelle alle quali ho rinunciato perchè peccavo di arrendevolezza. Sono andata avanti così per molti anni, facendo la brava e mettendo avanti le esigenze/richieste altrui, fino a che la misura non è stata colma. L'ho capito, per fortuna, perchè non tutti ci riescono. A quel punto, invece di finire di sbroccare, mi sono fatta un annetto di sedute dalla psicologa e il vaso di Pandora è stato scoperchiato. 
E' stato in quel frangente che è nata Guchi. Come ogni neonato ha richiesto tempo per crescere; da principio era malferma sulle gambe e talmente ignara del mondo che ha commesso diversi errori, però a mano mano che l'esperienza aumentava e con essa la saggezza, imparavo a vivere in maniera più consona a come sono fatta, barcamenandomi nell'impresa di riuscirci senza urtare nessuno perchè purtroppo questa parte del mio imprinting è la più difficile da superare. Sono passata da Guchi 1.0 a Guchi 2.0 e, come forse ho già anticipato, adesso sto sviluppando la versione 3.0.
Che cosa significa tutto questo? Intanto che non mi pento di nulla. Se mi offrissero l'opportunità di tornare indietro nel tempo e vivere la mia vita in maniera diversa credo proprio che declinerei. Certo, ci sono cose che vorrei aver fatto o fatto diversamente, però se non fossi passata attraverso certe crisi non sarei diventata la persona che sono ora, e la persona che sono ora mi piace - malgrado non sia esente nè da difetti nè da ulteriori margini di miglioramento.
Per questo dico che in questi giorni mi sento più Guchi che mai. Qualcosa sta fermentando, quindi in futuro qualcosa ne uscirà. In realtà pensavo che il Giappone potesse essere una buona occasione per riflettere sul futuro lontano da tutto e da tutti, ma laggiù mi sono mossa in maniera troppo frenetica, non c'era modo di immergersi in tale riflessione. Anche adesso non è che sto a strologare tutto il giorno, invece scivolo con disinvoltura tra questo e quello e intanto, un granello per volta, innalzo la montagna.
Eppure non mi sono ancora del tutto sbarazzata della solita nostalgia. Guchi 2.0 faceva parte di una piccola comunità affiatata, Guchi 3.0 al momento è sola nel deserto. Non ci penso nemmeno a cercare di cambiare questa situazione: tornare indietro è impensabile e le cose finite sono finite e basta. Non mi è mai parsa una buona idea cercare di rianimare i cadaveri. Accetto il fatto di essere in un certo modo, accetto di essere difficile ad aprirmi e di conseguenza difficile da conoscere, per giunta talmente multisfaccettata che a volte non mi riconosco nemmeno io. Non mi pento di essermi rinchiusa nella mia grotta visto che le volte che esco trovo molteplici occasioni per arrabbiarmi, sentirmi ferita, indignarmi, ecc. Meglio soli che male accompagnati, no? Però sono serena perchè sto sempre più affinando l'arte del carpe diem nel suo senso vero (lo spiegano molto bene QUI).
Non so bene perchè mi è venuta voglia di esternare tutto ciò; si tratta del genere di considerazioni che starebbero meglio sul mio diario che sul mio blog, ma a volte sento l'esigenza di fare sapere al mondo quello che ho dentro l'animo, magari per via di una punta di ripicca - anche se è una parola grossa in questo caso. No, chiamiamola autostima. Ne ho sempre avuta poca o niente di quella, però poi succede che rileggo un racconto che ho scritto o guardo qualche foto che ho scattato o ancora spulcio i miei blog privati, e penso che non faccio poi così schifo. Anzi, dirò di più: mi piaccio. E se piaccio a me stessa è la cosa migliore che posso avere al mondo, soprattutto considerato che sono sola in mezzo al deserto.

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