domenica 8 novembre 2015

scoperte


Ho sempre pensato che per le cose che ci stanno a cuore il tempo si trova. Ricordo anni fa, quando lavoravo e avevo due bambini da accudire (oltre alla casa), eppure riuscivo anche a seguire i miei interessi. Lo stesso vale con le persone: se c'è la reciproca volontà di frequentarsi, il modo si trova anche tra mille impegni. Questo è il primo motivo per cui non ho mai capito bene il senso delle cene di classe; se sono arrivata fino a qui non frequentando certe persone per trent'anni, vorrà pur dire qualcosa, no? Certo, ci sono alcune eccezioni, ovvero quelle persone la cui compagnia mi era pur gradita, ma con le quali non ero tanto amica da mantenere il rapporto nel corso degli anni. Alla fine mi lasciavo convincere ad andare per loro. Ogni volta però tornavo a casa amareggiata vedendo che i mie compagni restavano ancorati ai ruoli dell'adolescenza e non facevano il minimo sforzo di capire quanto si era cambiati e che persone si era diventati; io, che ai tempi del liceo ero una degli outsider e che ho vissuto con disagio la mia adolescenza, mi sentivo come se mi spingessero di nuovo a forza dentro a quel ruolo. L'anno scorso però ho capito che la cosa è differente. Reduce da Lucca Comics e particolarmente di buon umore, mi ero recata all'ennesima cena di classe con un certo entusiasmo e avevo pure avuto la fortuna di sedermi accanto a persone delle quali avevo un buon ricordo e che per un periodo avevo pure frequentato. C'erano tutti i presupposti per una serata gradevole, invece... Che cosa è andato storto? L'amico che mi sedeva accanto mi chiese che cosa facevo. Gli spiegai che avevo smesso di lavorare dopo la chiusura della ditta per la quale tenevo la contabilità. La sua reazione un po' sorpresa si ridusse a chiedermi se economicamente ce la facevamo. Certo, risposi. Dopodichè lui tornò a parlare di lavoro insieme agli altri due e io restai ignorata per il resto della serata. Il problema è che viviamo in un mondo che ci giudica per quello che facciamo, non per quello che siamo. Una che non lavora quindi è considerata una nullità o un fallimento, quando non entrambe le cose. Purtroppo conservo anch'io in parte questa convinzione, visto che ho sempre delle grosse difficoltà a rispondere quando mi chiedono che cosa faccio. Ammettere che non lavoro mi procura un misto di senso di colpa e di complesso d'inferiorità. In realtà credo di essere una persona fortunata perchè ho avuto l'opportunità di fare una scelta che da principio è stata una reazione al fatto di aver svolto per più di vent'anni un lavoro che detestavo e che non mi dava la minima soddisfazione anzichè cercare la mia strada e la mia vocazione, e che poi è diventata una scelta consapevole di vita della quale sono pienamente convinta. Perchè gli altri invece continuano a vedere il fatto che non lavoro come una cosa negativa? Perchè ritengono che una persona che non lavora non è interessante e non ha niente da raccontare? Così dopo quella cena di classe ho capito che il mio disagio in compagnia dei vecchi compagni in realtà nasceva da me stessa, dal fatto che non riesco a sentirmi loro pari. Che loro mi liquidino come persona inutile è un conto, ma che mi ci senta io è un altro, e se io non mi sentissi inferiore di fronte a loro, non ci starei tanto male. Perciò ho deciso che ho chiuso con le cene di classe, almeno fino a quando non supererò questa cosa. Ce ne sarà una tra due settimane e non ho intenzione di andarci. Mi dispiace per la mia amica che ogni volta mi ci trascina, ma continuo a pensare che non siamo venuti al mondo per soffrire e che di sofferenza nella mia vita ce n'è comunque, senza che me ne debba andare a cercare dell'altra XD

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