venerdì 31 gennaio 2020

gennaio dinamico


E' da parecchio che mi sono accorta che a farmi crescere sono le crisi. Quando va tutto bene, uno sarà anche tranquillo e rilassato, ma non è che impara niente di nuovo. Invece quando le cose vanno male occorre rimboccarsi le maniche e questo porta inevitabilmente a un cambiamento e a una crescita personale. A questo giro non è che ho avuto una vera e propria crisi, ho avuto moltissima arterio per le ultime settimane del 2019 e un piccolo episodio mi ha fatto ricordare qualcosa che tendo a dimenticare. E' poi successo che non solo ho ricevuto un consiglio dalla mia amica saggia, ma quella che io chiamo serendipity - Daffo lo chiamerebbe Universo - mi ha mandato ben tre segnali nello stesso giorno. Così è stato come se mi avessero ricaricato le pile; mi è venuta una gran voglia di fare e di brigare e gennaio è stato un mese attivo.



Gennaio è cominciato con l'energia positiva del raduno delle Sardine che hanno riempito una delle piazze della mia città alla vigilia della contestata visita di Capitan Nutella - contestata perchè svoltasi nell'ambito di una tradizionale festa cittadina che non ha mai avuto nessuna connotazione politica, per cui a molte persone ha dato fastidio l'opportunismo dimostrato nello sfruttare questa occasione. Anche se non partecipo mai a manifestazioni e cortei, sono stata contenta di esserci andata e ho apprezzato il breve discorso di Mattia Santori. Insomma, per una volta tanto mi sono sentita circondata da miei simili, il che mi succede di rado. Non affronto mai l'argomento della politica in questo blog e non comincerò a farlo ora; mi sono identificata con questo movimento perchè non sopporto le manipolazioni, l'opportunismo, l'abilità nell'esaltare la parte peggiore delle persone, l'accanimento nel distruggere i valori della convivenza civile - tanto per fare qualche esempio. Credo che sia veramente importante che le brave persone facciano sentire la propria voce, perchè limitarsi a scuotere la testa all'interno della propria casa storicamente ha dimostrato di essere inutile.



Un mese dinamico significa anche che me ne sono andata un po' a zonzo. Oltre che a Venezia (di cui ho già detto) e a Milano (di cui racconterò presto) sono stata in quel di Ravenna a visitare alcune mostre. L'immagine qui sopra è uno dei lavori di Riccardo Zangelmi che erano esposti al MAR. Zangelmi è uno dei pochissimi artisti al mondo che utilizza i mattoncini Lego per le sue creazioni, e che creazioni! Sono rimasta letteralmente a bocca aperta davanti alle sue sculture.



Molto belli anche i ritratti in grande formato che Chuck Close ha realizzato con la tecnica del mosaico e della tessitura. Davvero sbalorditiva la maniera con cui è riuscito a rendere dettagli come i peli della barba o le sopracciglia; credevo fossero dipinti, invece erano minuscoli pezzi di ceramica!



La serie delle meraviglie si è conclusa in gloria con la visione delle opere partecipanti al concorso Libri Mai Mai Visti. Tre anni fa pareva non si dovesse fare più e la notizia mi aveva molto rattristato, così sono stata felice come una Pasqua quando ho visto che quest'anno lo rifacevano. Come sempre sono rimasta sbalordita dall'inventiva e dalla creatività dimostrata dai partecipanti.


lo scatenato can can di Offenbach

Sono stata a teatro due volte, la prima per vedere Orfeo all'inferno di Offenbach, la seconda per il recital di Maria Pia Timo, nostra gloria locale e campionessa di simpatia. Il programma del teatro cittadino è ricco e variegato, ma io ho scelto di andare a vedere solo cose allegre perchè ho bisogno di farmi due risate. Infine, sul fronte della vecchia casa sono lieta di annunciare che finalmente abbiamo finito di arredare l'appartamento del figlio piccolo. Ho deciso che considero chiusi i lavori malgrado fabbro e falegname siano desaparecidos e l'imbianchino abbia la crisi esistenziale, tanto si tratta di ritocchi esterni e di piccola entità. La causa dell'infiltrazione d'acqua nell'ingresso - ultima novità sul fronte delle notizie stressanti - al momento non è pervenuta, ci penseremo al prossimo temporalone.

mercoledì 29 gennaio 2020

letture di gennaio

Questo mese ho letto parecchio, del resto in inverno sto molto in casa. In realtà so bene che dovrei muovermi di più, fare una passeggiata ogni tanto, se non tutti i giorni, ma è andata così. E' anche vero che sono stata meno tempo su Netflix e quindi ne ho avuto di più da dedicare ai libri. I libri letti in parte arrivano da mercatini o dal book-crossing, in parte dalla biblioteca. 



Fiammeggiante come un pappagallo, la donna guizzava lungo la via. Un impermeabile leggero, stinto dalle intemperie in una gamma di toni verde pastello, la fasciava stretto in vita sopra i fianchi dall'ondeggiante ritmo e lasciava intravvedere attraverso una strappatura una gonna di panno giallo sdrucita; bastava uno sguardo per accorgersi che  lo strappo non era recente e capire che quella pigra di una sciattona ignorava l'uso dell'ago.

Shabby Tiger è il secondo romanzo del gallese Howard Spring; pubblicato nel 1934, è una storia che ho trovato divertente, anche se mi rendo conto che Spring fosse serio quando l'ha scritta. Divertente perchè i libri datati sono spesso pieni di accadimenti che destano scandalo, o meglio, che lo destavano all'epoca della loro pubblicazione, mentre ai nostri giorni tutto questo scandalo non sarebbe. D'altro canto, poiché l'essere umano è sempre quello da che popola il pianeta terra, le pulsioni, le azioni e le emozioni sono le stesse. Altra cosa che mi ha divertito è lo stile; la traduzione  è scorrevole e piacevole, tuttavia non mancano termini ed espressioni che ora non useremmo mai. La copia in mio possesso è del 1955 e proviene dalla libreria di book-crossing di Portico di Romagna. La tigre del titolo è Nick Faunt, un giovane pittore rampollo di ricca famiglia che se n'è andato di casa diciottenne dopo che il padre l'aveva costretto a sposare la fantesca che aveva messo incinta; la ragazza però aveva perso il bambino ed egli aveva preferito l'indigenza a uno stile di vita imposto. Nick ha molto talento ma non è ancora famoso, anche perchè il suo carattere orgoglioso lo tiene lontano da tutte le fonti di guadagno che prevedono qualche genere di compromesso. Nella sua vita entrano due donne, Rachele e Anna. La prima è un'arrampicatrice sociale – e mi è stata profondamente antipatica – la seconda è una ragazza madre che s'innamora di lui a prima vista. Se Nick da principio sembra attratto da Rachele, finisce per sposare Anna. Nel mezzo ci sono molti personaggi al quale viene dedicato abbastanza spazio da rendere il tutto un racconto corale. 


Di chi sono i ricordi? So di ricordare cose che non ho mai visto, che non avrei mai potuto vedere, che si compirono prima, persino molto prima della mia nascita. Eppure anche questi ricordi mi appartengono, sono miei.

Questo bel romanzo autobiografico a firma di Diego Lanza – persona a me sconosciuta che, m'informa la quarta di copertina, è un esimio grecista – si concentra sugli anni dell'infanzia. Siamo nell'Italia ancora in guerra, e poi nell'immediato dopoguerra. La madre di Lanza, ebrea, è morta quand'egli aveva quattro anni, la nonna è stata deportata dai fascisti e lui è stato spedito a nascondersi a casa di amici in via precauzionale; il padre stesso se ne va prontamente di casa dopo la prima visita delle SS. Finita la guerra, ricomincia una parvenza di vita normale, con la scuola e tutto ciò che fa parte della vita di un ragazzino. Lanza ce lo racconta con una prosa allo stesso tempo erudita e confidenziale, come se stesse rivangando i ricordi davanti a un bicchiere di vino e noi fossimo amici che l'ascoltano parlare. Non sapevo che cosa aspettarmi da questo breve romanzo e l'ho concluso col desiderio che durasse ancora, il che è un buon segno. Confesso di averlo prelevato dalla biblioteca solamente per via del gatto del titolo poiché mi è venuto un nuovo capriccio, ovvero di leggere libri con questa caratteristica, anche se non vorrei farlo intenzionalmente, bensì affidarmi alla solita serendipity. L'idea del resto mi è venuta quando pesca i miei soliti libri da cassonetto e di gatti nel titolo me ne sono capitati sotto gli occhi ben tre.


La domenica 9 ottobre 1927 Mussolini inaugurava a Roma la prima mostra del grano, Il giorno dopo, lunedì, Evelindo Nasazzi, a Dervio, metteva sottoterra Animella Carlini, quarantasei anni, la sua prima moglie.

In quel di Bellano a questo giro si parla della costituenda banda cittadina. O meglio, del tentativo di costituirla, perchè se andasse tutto liscio non ci sarebbe molto da dire, mentre Vitali imbastisce un divertente teatrino nel quale appaiono suonatori dalle mogli manesche, ragionieri con troppi figli e ragazze dalle tette troppo grosse. Sullo sfondo dell'Italia fascista – dettaglio che in questo caso diventa importante per la trama – si muove la solita umanità che questo scrittore sa ritrarre così bene, rendendo ogni personaggio vivo davanti agli occhi del lettore. Questi romanzi dal tono leggero che mi fanno sempre sorridere sono l'ideale in questo periodo nervoso e poco felice.




Mi ero fatto sette mesi. Sette mesi infernali in una cella umida, con un paio di teppisti per compagni, una ruvida divisa di stoffa grigia ed un appariscente numero cucito sul petto.

Lo confesso, questo è un altro di quei libri che ho preso per la copertina. E' un'edizione del 1962 e si tratta più di un lungo racconto che di un romanzo. Giallo in stile hard-boiled, narra di un uomo appena uscito di prigione e in cerca di lavoro che si propone quale aiutante di un investigatore privato e, per dimostrare quanto vale, si offre di ritrovare alcuni gioielli rubati. Tuttavia quello che crede essere un caso facile svela un giro di ricatti che coinvolge un personaggio disposto a tutto pur di non farsi scoprire, in quanto ad un certo punto a sua volta è finito ricattato da una delle sue vittime. Storia che di legge in breve tempo e che è divertente, se non memorabile. 




OGGI CHIUSO.
«O bestia!» mormorò l'uomo.
Era almeno un mese che non aveva una bella balla da raccontare in casa per uscire tranquillo, senza destare sospetti, e andarsene a Lecco, e adesso trovava chiuso!

Con tanti romanzi scritti, è inevitabile che la qualità non possa essere eccelsa in tutti e così ho trovato questo libro un po' sottotono rispetto al solito.  Nella solita Bellano alcune lettere anonime scritte in versi sembrano denunciare il comportamento scorretto di un membro eminente della cittadina. I carabinieri si mettono a investigare, anche se in realtà hanno altro per la testa. Per esempio, il maresciallo Maccadò è appena diventato padre ed ha realizzato con orrore di aver chiesto il trasferimento, mentre sua moglie ha appena espresso il suo apprezzamento per Bellano. Il brigadiere e l'appuntato sono più impegnati a mettersi reciprocamente i bastoni tra le ruote che a svolgere il loro lavoro, e intanto da Lecco chiedono informazioni su un personaggio ambiguo. Scoppia anche un'epidemia di morbillo nel casino e si ammalano sia le puttane che i clienti; non mancano come al solito parroco e perpetua. Insomma, il tutto risulta comunque gradevole ma secondo me non all'altezza di altre storie con più verve e con personaggi più originali.




L'isola era un ammasso di rocce scure, sperdute nell'oceano sconfinato. I venti di tutto il mondo la colpivano, e le onde percorrevano tre quarti di giro del globo per scagliarsi rumorosamente contro la riva.

The Monster from Earth's End è del 1959 e il suo autore ha il merito di essere stato l'inventore degli universi paralleli, a quanto mi dice Wikipedia. Questo romanzo invece ha una trama piuttosto classica, ovvero lo scontro tra un gruppo di uomini e un essere mostruoso. Siamo su di un'isola sperduta nell'oceano Pacifico che ospita una piccola comunità in quanto la sua posizione è strategica per chi viaggia verso l'Antartico. La notizia dell'arrivo di un gruppo di uomini in licenza riempie di eccitazione gli abitanti che non vedono l'ora di un po' di svago e di chiacchiere con qualche faccia nuova; purtroppo però l'aereo in avvicinamento comincia a comportarsi in modo strano e quando finalmente atterra (per meglio dire, si schianta), all'interno si trova solo il pilota che subito si suicida. Qual è il motivo del suo gesto e dove sono finite le altre persone che erano a bordo? Sarà compito del comandante della base di Gow Island chiarire il mistero mentre cerca di salvare la pelle sua e dei suoi colleghi. Storia ben scritta e con una sottotrama romantica forse per sdrammatizzare il tutto, The Monster from Earth's End si è rivelato una lettura molto piacevole, capace di tenere con il fiato sospeso in attesa della rivelazione finale. Per uno scafato lettore dei giorni nostri non c'è niente di davvero sorprendente poiché si sono già viste/lette cose simili, ma come già detto in passato conta molto la maniera in cui una storia è narrata e non solo la sua l'originalità, a parte che nel 1959 probabilmente c'era anche l'elemento originalità. La mia copia l'ho raccattata a un mercatino di beneficenza e anche se non è impeccabile la conserverò.


Il pomeriggio sembra sereno, ma il tempo è sul chi vive. Il signor Watanabe si fruga nelle tasche come se gli oggetti assenti fossero sensibili all'insistenza.


Andrés Neuman ha scritto un lavoro eccellente. Normalmente non lancio aggettivi tanto altisonanti, ma era da un po' che non leggevo un romanzo che parlasse così profondamente al mio animo – al mio kokoro. Il protagonista della storia, Yoshio Watanabe, è doppiamente sopravvissuto alla bomba atomica: quella di Hiroshima, dove si era recato col padre, e quella di Nagasaki, per  aver perso il treno che lì doveva riportarlo. Allevato dagli zii di Tokyo, Yoshio non riesce mai a superare completamente il trauma e al contempo rifiuta di essere considerato una vittima. Esorcizza il suo passato viaggiando; si trasferisce prima a Parigi per studiare, poi negli Stati Uniti, in Argentina e infine in Spagna. In ognuno di questi paesi ha una storia d'amore e il libro alterna il racconto di come le sue donne l'hanno conosciuto al presente di Yoshio, ambientato nel 2011 a partire dal disastro del terremoto/tsunami/disastro nucleare in Giappone. Quest'ultimo accadimento per Yoshio è un punto di svolta, l'occasione di guardare finalmente in faccia i suoi demoni e di cercare di ricomporre la sua frattura. Neuman dice molto non solo sul Giappone, ma anche sui paesi dove Yoshio ha vissuto e sugli avvenimenti in essi accaduti, così come dice molto sui vari rapporti di coppia. La sua scrittura oltretutto è particolare, evocativa, ed è stato un vero piacere perdersi tra le sue frasi. Insomma, ho chiuso le letture del mese in bellezza con questo libro.

lunedì 27 gennaio 2020

fuori dalla grotta


Ho passato un sacco di tempo facendo l'eremita, e mica che abbia smesso in realtà. Intendo nella vita reale, perchè invece è dalle vacanze di Natale che ho rimesso la testa fuori almeno qui sul web. Non saprei dire che cosa è cambiato, che cosa mi ha fatto sentire il desiderio/bisogno di ricercare la compagnia dei miei simili. C'è stato un tempo in cui ho avuto un blog che, pur non essendo particolarmente popolare - non potrei mai essere popolare, sono troppo strana! - aveva uno zoccolo duro di lettori, e quotidianamente ci si visitava e commentava a vicenda. Quando ci ripenso, mi rendo conto che è stato un momento magico perchè per qualche coincidenza del destino un gruppo di persone di diverse età e vissuti si sono sentite in profonda sintonia. Poi le cose cambiano - e vorrei ben vedere, anche se non sempre i cambiamenti sono per il meglio - e ci si è allontanati; molti hanno chiuso i loro blog, altri sono migrati sui social, alcuni resistono ma è cessata la frequentazione reciproca costante. Per quanto mi riguarda, senza blog ho resistito poco e difatti ho aperto questo, però per lungo tempo me ne sono stata per i fatti miei, non ho nemmeno fatto sapere a tutti che avevo un blog nuovo, anche perchè l'impostazione di questo è diverso da quello che avevo prima ed è molto probabile che non interessi a coloro che gradivano quello vecchio. A volte navigavo alla cieca alla ricerca di spiriti affini, ma non ho mai trovato nulla e nessuno. Ultimamente invece mi sembra di essermi imbattuta in alcuni blog interessanti con padroni di casa intelligenti e simpatici, così mi è anche tornata la voglia di cercare quello scambio che mi è sempre piaciuto. Dicono che nessun uomo è un'isola, difatti io sono piuttosto un eremita in una grotta. Provo a uscire un po' e vediamo come va; male che vada, la grotta è sempre lì che confortevolmente mi attende.

sabato 25 gennaio 2020

Venezia, la Casa dei Tre Oci e me


Ormai il pellegrinaggio in Laguna per visitare le mostre di fotografia che organizza La Casa dei Tre Oci è diventato un appuntamento fisso, complice anche il fatto che Venezia è una città in cui amo tornare. Andarci in gennaio significa godersela con un'atmosfera più rilassata del solito perchè di turisti ce ne sono pochi. Se si ha la fortuna, come ho avuto io, di beccare una bella giornata di sole, non manca davvero niente per apprezzarla in pieno.



Raggiunta la Giudecca col vaporetto, mi sono gustata un'ottima selezione di fotografie di Ferdinando Scianna. Siciliano, classe 1943, ha scattato in giro per il mondo, ha lavorato come reporter e per l'alta moda, ed è sempre rimasto legato alla sua terra d'origine dove è anche nata la sua passione per la fotografia. Mi rendo conto ancora una volta che prediligo i fotografi che, come lui, hanno lavorato prevalentemente con l'analogico. Non posso farci niente, la grana della pellicola ha una qualità inarrivabile.



Conclusa la visita alla mostra, ho gironzolato avanti e indietro per la Giudecca, questa volta facendo la fotografa io (con non so quali risultati, visto che dovrò aspettare i soliti templi biblici per lo sviluppo del rullino), e tra le tante serrande abbassate perchè si è fuori stagione o perchè, ahimè, c'è chi deve ristrutturare i locali dopo il macello dell'acqua alta dello scorso novembre, ho infine trovato un posto dove mangiare. La trattoria Al Pontil Dea Giudecca è uno di quei luoghi veraci che offrono cucina casereccia e che sono frequentati dagli aborigeni; quest'ultimo è indizio certo di buona qualità e prezzi ragionevoli, difatti mi sono alzata da tavola satolla e soddisfatta, e al momento di pagare sono rimasta sbalordita dal conto per nulla veneziano.



Riguadagnata la terraferma - per così dire - mi sono diretta alla Libreria Acqua Alta che, stranamente, ho trovato senza problemi grazie alla piantina che avevo comprato appena arrivata. Non è cosa da poco per me che ho la tendenza a sbagliare direzione e a perdermi. Mi piace anche farlo, aggiungo, solo che a questo giro avevo tempi piuttosto ristretti e non me lo potevo permettere. Il gatto qui sopra è uno di quelli che popolano la libreria.



Nel cortiletto antistante l'entrata della libreria ho trovato anche uno dei lavori di Blub, lo street artist che riproduce famosi ritratti in versione sottomarina. Finora avevo visto le sue cose principalmente a Firenze e Lucca, ma da qualche tempo ne trovo anche in altre città. Alla libreria ho fatto spese: alcune cartoline e alcuni libri vintage.



A quel punto avrei voluto vedere una mostra di quadri presso la Fondazione Venezia ma, cartina o non cartina, avevo indicazioni troppo vaghe per arrivarci e quindi ho preferito non rischiare di perdere il treno. Ho gironzolato un altro po' mentre mi dirigevo lentamente verso la ferrovia, anche perchè il bello di Venezia è che girando a caso scopro sempre degli angoli mai visti prima.

giovedì 23 gennaio 2020

Giri / Haji - Dovere / Vergogna


Lo confesso, sono un po' giappominchia e quando su Netflix mi capita davanti un trailer con gli occhi a mandorla il mio interesse si desta immediatamente. In questo caso però è saltato fuori che si tratta di una serie inglese, ambientata tra Tokyo e Londra e interpretata da attori giapponesi e inglesi. Poco male, le serie inglesi mi piacciono e ogni mio dubbio residuo è stato fugato fin dalla prima puntata in quanto il livello di giapponesità è elevato; si vede che lo sceneggiatore sapeva il fatto suo. La trama è presto detta: Mori Kenzo, detective giapponese, viene spedito a Londra per indagare ufficiosamente e ritrovare il fratello Yuto da tutti creduto morto. In realtà Yuto è vivo e vegeto ed ha appena accoppato il nipote di un capo della yakuza con la katana appartenente al capo di un clan rivale, Fukuhara. A Tokyo scoppia la guerra tra bande, motivo per cui è imperativo che Kenzo trovi Yuto e lo riporti indietro per scagionare Fukuhara. Si dà però il caso che Fukuhara sia l'ex capo di Yuto e che egli si sia finto morto proprio per non finire realmente stecchito per suo ordine. Potrei dire altro della trama, ma preferisco fermarmi perchè non vorrei spoilerare. Quello che posso dire è che questa serie è veramente bella; non lo dico solo perchè sono di parte. Al di là della trama quasi noir, c'è una serie di personaggi molto ben caratterizzati le cui relazioni sono mostrate con dolente chiarezza. C'è il rapporto che lega Kenzo e Yuto, fatto sì di grande affetto ma anche di una certa avversità; c'è Taki, la figlia adolescente di Kenzo che lo raggiunge a Londra e può finalmente vivere in maniera molto più libera che a casa; c'è lo scricchiolante matrimonio di Kenzo messo ancora più in crisi dalla conoscenza della detective Sarah, eccetera. E' una serie che ha molta profondità e quindi mi ha soddisfatto a diversi livelli, e non è cosa da poco. Nei panni di Yuto ho ritrovato con piacere Kubozuka Yôsuke che ricordavo dai tempi del live-action di GTO (quello del 1998), mentre Hira Takehiro è Kenzo, Motoki Masahiro è Fukuhara e Morikawa Aoi è Taki.

martedì 21 gennaio 2020

collage

Mi è sempre piaciuto trafficare con carta e cartoncino, in passato mi sono divertita a fare biglietti di auguri per gli amici, a ricoprire e decorare scatole, quaderni e raccoglitori, spesso a costruirne anche di scatole - a seconda delle mie esigenze. Ho bazzicato anche altri hobby creativi, ma la carta resta il mio materiale preferito (non a caso vado anche matta per i libri). Purtroppo negli ultimi anni ho abbandonato tutte queste attività perchè il mio interesse si è volto ad altre direzioni, e tuttavia ho notato che prima o poi torno ai vecchi passatempi, non li dimentico mai completamente. 


Per esempio ultimamente mi è tornata la voglia di trafficare con la carta in maniera anche diversa dal passato, infatti mi sono divertita a fare dei collage con ritagli di riviste. Ne ho trovate alcune in cantina, frutto di uno scambio fatto anni fa grazie a un gruppo Facebook. Quella nella foto è la copertina di un vecchio quaderno ad anelli che ho ricoperto con le pagine del calendario dell'anno scorso (a tema vecchie carte geografiche) e poi decorato con ritagli di immagini e di parole. Le frasi sono nate casualmente, in base alle parole disponibili; l'effetto generale mi piace, lo dico senza timore di sembrare presuntuosa anche perchè questa cosa l'ho fatta per me, non sto cercando di venderla XD 

domenica 19 gennaio 2020

Black Spot


Black Spot, ovvero Zone Blanche, è una co-produzione franco-belga che coniuga magistralmente reale e soprannaturale. Si compone di due stagioni ed è ambientata in una città immaginaria, Villefranche, che sorge a ridosso di un'antica foresta. E' girata in uno stile dark e inquietante che fa pensare ci sia qualcosa di misterioso e sovrumano anche nei casi in cui il delitto ha ragioni e responsabili umanissimi. Tra le varie vicende criminose di cui si devono occupare i quattro poliziotti del paese, in sottofondo ci sono due questioni irrisolte e ugualmente fondamentali. Da un lato i traffici illeciti del ricco padre del sindaco, disposto a ottenere sia con le buone che con le cattive il permesso di trasformare una vecchia cava in deposito di rifiuti pericolosi; dall'altro la possibile esistenza di un dio cervo estremamente longevo, tanto da avere già interagito con i soldati romani un paio di millenni prima. Del fatto che quest'ultimo esista è convinta Laurène, a capo del piccolo distretto di polizia, in quanto da appena maggiorenne è stata rapita e incatenata a una roccia in quello che sarebbe il santuario del dio cervo; per riuscire a liberarsi non ha trovato niente di meglio che tagliarsi via due dita per sfilare l'anello di metallo che la teneva imprigionata. C'è anche un gruppo di ambientalisti anonimi che da decenni appare in luoghi in cui l'ecosistema è a rischio e che a loro volta sono interessati a bloccare i loschi affari del padre del sindaco. Come dicevo, l'ottima atmosfera inquietante di questa serie è il suo punto di forza, in quanto crea una tensione che tiene lo spettatore incollato allo schermo (o almeno questo è ciò che è accaduto a me), inoltre mi è sembrata piuttosto originale rispetto a ciò che passa il convento. Il finale è aperto, segno che tocca aspettare una terza stagione per avere risposta a tutti gli interrogativi.


venerdì 17 gennaio 2020

mission impossible?


Ne ho combinata una delle mie. Dopo che ho letteralmente perso la testa per la trilogia dei Lungavista di Robin Hobb ho deciso che volevo leggere di più di questa bravissima autrice. Mi sono procurata la trilogia dell'Uomo Ambrato, ma poi ho pensato che avrebbe avuto più senso procedere in ordine cronologico e leggere dunque prima la saga dei Mercanti di Borgomago. L'ho cercata in biblioteca: manco l'ombra. Ho guardato su Amazon e ho scoperto che è stata ristampata in cinque volumi dal costo (scontato) di € 21,25 l'uno, per un totale di € 105,75. Che sono soldi, almeno per le mie misere tasche. Ci sarebbero gli ebook a € 9,99 l'uno, però mi conosco e so molto bene che ho bisogno di tenere in mano della carta. Ultima spiaggia: proviamo a vedere se li trovo usati su Ebay. Nada de nada, però mi sono imbattuta nella versione inglese che è di tre volumi anzichè cinque, i quali costano in tutto € 28 (+ spese postali, totale € 40 - quanto gli ebook). Insomma, è chiaro che € 40 battono € 105,75. C'è solo il piccolo particolare che il testo è, appunto, in inglese. Avevo già espresso il mio pensiero circa il fatto di leggere libri in originale QUI, ma forte di quell'esperienza positiva ho deciso di osare. Conclusione: Robin Hobb non è Thomas Cullinan. La signora ha un lessico ricco e multiforme che mi fa desiderate di avere quattro mani e quattro occhi, in modo da poterne dedicare un paio di ciascuno al libro e uno al dizionario. Siccome amo leggere in poltrona, per riuscire a starci con tutto mi sono procurata uno di quei tavolinetti per fare colazione a letto; lo posiziono a cavallo dei braccioli e via. Cioè, via... Con tutto quel consultare di dizionari la lettura procede molto a rilento e la mia concentrazione - per non dire la mia pazienza - ha una durata limitata a una ventina di pagine al giorno. Considerando che solo il primo volume ne conta 880, vuol dire che di questo passo ci metterò intorno ai due mesi solo per finire quello, il che è paradossale perchè questo è il genere di lettura che normalmente divorerei in poco tempo malgrado la mole. Insomma, ne ho fatta un'altra delle mie. Del resto, se ogni tanto non ne facessi una, sarebbe una bella noia... Devo dire però che sto apprezzando molto questa esperienza, è un po' come quando guardo film e serie TV in originale. Ho la massima stima per traduttori e doppiatori, ma nulla batte l'originale.


mercoledì 15 gennaio 2020

Piccole donne


Potevo esimermi dall'andare a vedere l'ennesima versione cinematografica di Piccole Donne, testo che ha segnato la mia infanzia? Segnato nel senso che mi ha procurato dei traumi irreversibili, ma questa è un'altra storia. Dunque, la scelta di Greta Gerwig, regista e sceneggiatrice, è stata quella di non procedere nell'ordine cronologico del libro, ma di partire dal periodo newyorkese di Jo per inserire una serie di flashback che ricostruiscono la vicenda. L'operazione mi è sembrata ben riuscita anche perchè ha senso cercare di fare qualcosa di originale quando si tratta di una storia vista e rivista, anche se per il resto la trama viene fedelmente seguita – e di questi tempi non è cosa da poco, visto l'imperante politicamente corretto. A interpretare Jo c'è la brava Saoirse Ronan, mentre Timothée Chalamet è Laurie. C'è anche Emma Watson nel ruolo di Meg e Meryl Streep appare nei panni della zia March. Che dire? A me questo film è piaciuto, gli attori mi sono parsi adatti ai ruoli, a parte Louis Garrel,  un Fritz Bhaer che non somiglia nemmeno lontanamente a quello che avevo immaginato quando lessi il libro (a parte che ho visto il film nella versione doppiata e come al solito lo straniero lo fanno parlare come un idiota). Non mancano i momenti commoventi, anche se poteva andare peggio – per dire, la morte di Beth è scorsa via senza fazzoletti inzuppati. Un altro punto a favore di questa versione è stato l'aver mostrato la realtà femminile dell'epoca senza cadere nella tentazione di modernizzare le cose; perfino l'indipendente Jo convola a giuste nozze alla faccia delle sue dichiarazioni sul voler rimanere libera. Da questo punto di vista la vera eroina è proprio la vecchia zia March, la quale afferma senza mezzi termini che l'unico modo per una donna di restare sola e indipendente è di essere ricca di suo (dettaglio questo che non ricordo se viene citato o no nel libro). Quindi giusto godersi questa storia di sorellanza mantenendola nel suo contesto, che è appunto quello di metà Ottocento, e giusto anche ricordare la situazione di allora per apprezzare l'emancipazione femminile successiva.

lunedì 13 gennaio 2020

La colpa - Higashino Keigo

Piccola annotazione: di solito riservo tutte le recensioni riguardanti Giappone e Corea del Sud a un altro blog, blog che però ultimamente sta riscontrando problemi di navigazione (non so per quale motivo), perciò a partire da quest'anno ho deciso di postare tutto qui.




Aveva preso di mira quella casa senza una ragione precisa. Forse perchè ne conosceva all'incirca l'aspetto. Ad ogni modo, la prima cosa che venne in mente a Tsuyoshi quando decise di commettere il furto fu l'immagine dell'anziana donna che ci abitava, la signora Ogata.

Tegami 手紙 è un romanzo del 2003 di Higashino Keigo, autore molto popolare in patria che avevo già avuto modo di apprezzare in passato. Difatti mi piace al punto che sto cercando di procurarmi tutti i suoi libri editi in Italia. Questo non è un giallo - genere nel quale si è spesso cimentato - bensì la storia di due fratelli la cui esistenza viene rovinata dal crimine commesso dal maggiore. Tsuyoshi infatti vuole assicurare un avvenire a Naoki, procurandogli il denaro necessario a frequentare l'università, ma sceglie di farlo rapinando un'anziana; potrebbe andare tutto bene, non fosse che Tsuyoshi perde tempo e viene sorpreso dalla donna, che finisce per uccidere quando lei corre a telefonare per chiedere aiuto. Tsuyoshi finisce in prigione, mentre Naoki subisce la discriminazione di essere parente di un criminale. Entra qui in gioco quello che è un tratto distintivo della mentalità giapponese, ovvero il peso del disonore. Perdere la faccia per un giapponese è una delle cose peggiori che possano capitare, al punto da fare ricadere la vergogna sui propri famigliari; ecco perchè Naoki perde amicizie, opportunità di carriera e amore ogni volta che viene alla luce la sua scomoda parentela. Non si può che provare pena per lui, perseguitato da questo destino e dalle lettere che mensilmente Tsuyoshi gli invia dal carcere. Naoki non è del tutto solo poichè sulla sua strada incontra anche alcune persone che non si lasciano condizionare e che gli restano vicine, aiutandolo infine a dare una conclusione alla questione che lo tormenta. Non so com'è stato accolto in patria questo romanzo, a me è piaciuto e al contempo mi ha riempito di amarezza.

sabato 11 gennaio 2020

shopping virtuale


L'accoppiata Internet/carta di credito è estremamente deleteria. Mi capita spesso di trovarmi davanti tentazioni alle quali non so resistere così, per evitare di finire sul lastrico, ho notato che senza nemmeno rendermene conto ho cominciato ad attuare una strategia: metto nel carrello tutto ciò che mi piace, dopodichè lo svuoto oppure esco dal sito in questione senza finalizzare l'acquisto. Insomma, ho reso ancora più virtuale il mio shopping. Potrà sembrare una cavolata, però funziona. Mettendo gli oggetti dei desideri nel carrello sazio la mia pulsione all'acquisto, svuotando poi il carrello mi proteggo dalla bancarotta. La prima volta ho fatto tutto ciò senza premeditazione, ma subito dopo mi sono resa conto che mi sentivo meglio, ovvero: non mi sentivo frustrata per aver rinunciato all'acquisto come sarei stata se avessi evitato di mettere cose nel carrello, e al contempo ero soddisfatta di me stessa per non aver ceduto alla tentazione. Se c'è uno psicologo là fuori forse può fare una spiegazione scientifica a questo, io mi accontento di essere contenta per avere ideato questo escamotage. L'unico lato negativo di tutto ciò, è che in seguito vengo perseguitata dai cookies XD

giovedì 9 gennaio 2020

L'inganno perfetto


Un film che contempli nel cast due attori del calibro di Ian McKellen ed Helen Mirren vale la pena di essere visto proprio per tale motivo, in più il regista è quel Bill Condon che non avrà prodotto capolavori, ma che per i miei gusti se la cava bene (del resto il suo Demoni e Dei è uno dei miei film preferiti, uno di quelli che non mi stanco mai di rivedere). Questo The Good Liar, tratto dall'omonimo romanzo di Nicholas Searle, comincia leggero, come una di quelle storie di truffatori che mi piacciono tanto. Due anziani s'incontrano tramite un sito di incontri; Betty McLeish, vedova da un anno, appare dolce e tranquilla, mentre si scopre ben presto che dietro l'apparenza affabile di Roy Courtnay si cela un truffatore professionista. Non è difficile intuire che egli ha messo gli occhi su Betty nella speranza che ci sia qualcosa da guadagnare anche da lei, e quando salta fuori che la donna è molto ricca, comincia subito ad architettare la maniera per fregarle i soldi. Tuttavia in questo genere di storie lo spettatore scafato sa che prima o poi avverrà un colpo di scena, ed ecco quindi che a sessant'anni di distanza il passato di Roy gli viene sbattuto in faccia e la dolce Betty si rivela quasi più spietata di lui. C'è da dire che ho trovato questa parte piuttosto macchinosa e al limite del credibile, quasi quasi avrei preferito scoprire che Betty era semplicemente una truffatrice più avida e abile di Roy; probabilmente, essendo il tutto partito come una commedia, la svolta inaspettatamente tragica pare quasi incongruente. Ad ogni modo, anche se non sarà una pellicola memorabile, fa il suo lavoro perchè, a parte le ottime performance dei protagonisti, intriga e incuriosisce fino alla fine.

martedì 7 gennaio 2020

Sorry we missed you


L'anno cinematografico comincia con la visione dell'ultimo lavoro di Ken Loach, regista che apprezzo molto ma i cui film spesso corrispondono a delle sbadilate sui maroni. Non fa eccezione questo, che punta il dito sull'odierno mondo del lavoro e in particolare sul business delle consegne a domicilio. Tra l'altro proprio di recente ho letto un interessante articolo su come il boom di questo settore stia creando tutta una serie di problemi non da poco - aumento del traffico, aumento dei rifiuti, eccetera - che in futuro sono destinati a peggiorare. Qui ci viene invece mostrato il lato umano, che è poi quello che da sempre interessa a Loach. Ricky Turner decide di mettersi in proprio e aderisce al programma di franchising di una ditta di trasporti; sulla carta sembra tutto a posto, ma ben presto Ricky scopre che la situazione è ben diversa. Non solo deve lavorare quattordici ore al giorno, ma ogni inconveniente si traduce in una penale da pagare. Sua moglie Abby non sta messa molto meglio; fa l'assistente domiciliare di anziani e disabili, le tocca spostarsi in autobus perchè la macchina è stata venduta per procurare la caparra per il furgoncino di Ricky, e pure lei sta via tutto il giorno, abbandonando i figli a se stessi. La loro potrebbe essere una famiglia serena, ma l'assenza dei genitori, lo stress lavorativo, la fase di ribellione del figlio adolescente e, in conseguenza di tutto, l'agitazione della figlia minore fa sì che si crei una situazione esplosiva. Guardando questo film mi è venuta una discreta tristezza; viviamo in una società in cui è necessario lavorare per vivere, ma qui siamo al paradosso che le persone non hanno più una vita per colpa del lavoro. E' chiaro che c'è qualcosa di profondamente sbagliato in questa logica del massimo profitto che non si cura più del benessere della gente. Loach non fornisce soluzioni, si limita a filmare con modi quasi documentaristici e lascia il pubblico in balia di un finale che non potrebbe essere più amaro.

domenica 5 gennaio 2020

urca!



La cosa è passata in sordina perchè avevo la mente ottenebrata a causa delle Feste (e non solo), ma il post del 29 dicembre 2019 è stato il cinquecentesimo postato su questo blog. Il blog di Guchippai era arrivato alla bellezza di millesettecento post prima che lo chiudessi, ma è anche vero che allora ero brava e postavo tutti i santi giorni. Questo è partito ed è continuato con un passo rilassato e nella massima flessibilità, sennò saremmo prossimi a quella cifra. Tuttavia ritengo che anche cinquecento sia una bella meta, considerato che quando ho creato Provaci ancora, Guchi manco sapevo se e quanto a lungo avrei continuato. Ultimamente mi è venuta voglia di fare qualche cambiamento, magari esprimermi un po' di più, ma non ho ancora capito se si tratta di uno di quei pensieri passeggeri che a volte mi colgono o se è qualcosa di più serio. E' comunque probabile che di qui in poi faccia qualche piccola modifica, l'importante è che tutto rimanga un piacere e qualcosa che ha senso per me stessa. Credo di aver fatto definitivamente la pace con la scarsità di pubblico, del resto ammetto che da parte mia spesso c'è stata una certa scarsità di contenuti perchè, per esempio, non sono il tipo da recensioni prolisse e trovo quasi sempre ridondante commentare l'attualità. Non ho mai visto il blog come un lavoro, nei miei momenti migliori l'ho considerato un modo di interagire con persone dagli interessi affini ai miei, ora più che mai lo vivo nella massima libertà e sono conscia dei limiti che ciò comporta. Pazienza, vorrà dire che non sarà grazie al blog che diventerò ricca e famosa XD Concludo le mie esternazioni sconclusionate con un brindisi virtuale dedicato ai miei esigui lettori: quelli che mi seguono da sempre, quelli che sono arrivati da poco, quelli che leggono e non commentano ma che so che ci sono, quelli di cui ignoro l'esistenza e anche quelli che sono passati di qua per sbaglio. Grazie a tutti!

venerdì 3 gennaio 2020

un mese in quattro foto: dicembre


Il bambolo che ho comprato al mercatino delle pulci di Merano, dovrebbe essere degli anni Cinquanta o Sessanta.


Questa me la dovete spiegare: che cosa ci fa un granchio sul davanzale della finestra? Tanto più che la pescheria ha chiuso da un pezzo e che la mia manco è una città di mare...


Mafalda in versione festiva (prima che si rosicchiasse via il fiocco).


Per il 2020 mi sono procurata il calendario filosofico. Mi sono sempre piaciuti proverbi, motti, frasi celebri e cose così, quindi penso che faccia al caso mio.


mercoledì 1 gennaio 2020

auguri e figli maschi


Che col senno di poi è stato meglio che avere delle femmine. Magari non sarebbe andata male nemmeno con loro, ma visto il magnifico rapporto che c'era tra me e mia madre meglio i maschi, grazie. Quanto agli auguri, mi parevano doverosi visto che siamo a Capodanno. Uno si illude sempre che l'anno nuovo porti cose migliori, grandi cambiamenti, eccetera; anche se ci rendiamo perfettamente conto che è una gran cazzata, almeno per un giorno va bene cullarsi nell'illusione. Allo stesso modo, possiamo perdonare anche la tendenza a fare bilanci. Tranquilli, non ho intenzione di ammorbarvi con una lista dettagliata. Posso giusto dire che la prima metà del 2019 è stata migliore della seconda metà, e che purtroppo non sono riuscita a eseguire l'update che speravo poichè il presupposto per farlo era di non avere altri pensieri per la testa, e invece. Riguardo a certe cose non penso che vedrò lo fine dello stress per qualche tempo ancora, posso giusto imparare a dimenticarmene così come ho fatto in passato con problemi simili. Se c'è un proposito che faccio per l'anno appena cominciato dunque è solo questo: ritrovare la serenità.