sabato 14 aprile 2018

La miglior vita - Fulvio Tomizza


La mano mi trema come in quel lontano mattino di Pasqua, quando mio padre occupato con le due messe e la benedizione delle uova mandò me, sui dodici anni, a versare l'acquasanta nei quattro cantoni della parrocchia per preservarla dalla grandine estiva. Nella boccetta dell'acqua, battezzata il giorno avanti nella tinozza ai piedi della fonte, aveva aggiunto una lacrima del cero pasquale, un pezzetto di ostia rimasta pane in sagrestia, un filo d'oro strappato al piviale e uno d'argento caduto dalla pianeta. Continuavo a tremare mentre lui in calzoni, coi mustacchi gialli riconsacrava, e per me profanava, l'acqua con la quale ci si segna in fronte.

Ottimo ma non facile romanzo, questo. Mi è piaciuto molto, eppure a tratti ne ho trovato ostica la lettura. Presumo dipenda dal fatto che quasi sempre Tomizza pare rivolgersi a gente come lui, così la gente come me, che è sempre vissuta in un territorio omogeneo e lontano da confini, fatica a comprendere le implicazioni dello stare a cavallo della frontiera, mescolata a genti di lingua e cultura diverse, uguale eppure aliena, amica ma pronta a diventare nemica se opportunamente manipolata. La storia è raccontata in prima persona dal sagrestano Martin che succede al padre nell'accudimento della parrocchia e dei vari parroci che vi si avvicendano nel corso degli anni. Attraverso i racconti della vita quotidiana assistiamo alla Storia, quella che ha la S maiuscola perchè modella e sconvolge le esistenze degli uomini. Tomizza sa quel che dice, dal momento che nacque in un villaggio istriano, e nelle sue pagine si sentono sia l'amore che il dolore per quella terra.

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