giovedì 25 gennaio 2018

ogni scusa è buona


Ormai Milano per me è diventata una tappa di routine, vista la frequenza con cui ci sto andando. Difatti anche ieri ci sono stata, approfittando del solito biglietto ferroviario scontatissimo. Le previsioni davano freddo, nuvole e umidità, perciò da brava Guchi ero partita imbottita come un tacchino e senza occhiali da sole (sono sempre carica come un somaro e volevo lasciare a casa tutto il superfluo); è finita che c'era il sole e così mi sono accecata, oltre a sudare. La giornata è cominciata al Cimitero Monumentale dove mi sono dedicata alla parte che non avevo visto l'altra volta (ma è talmente grande che non l'ho ancora visto tutto). Ho fatto di nuovo tante foto senza alcuna garanzia di buona riuscita (io e l'esposimetro della Praktica non ci trovavamo quasi mai d'accordo e ho preferito seguire il mio naso).


Mi stavo chiedendo come mai da un anno a questa parte ho questa fascinazione per i cimiteri. Anche in passato mi hanno affascinato, ma non al punto di preventivare una gita appositamente per fare foto alle statue funerarie. Immagino c'entri anche il fatto che mi piacciono le cose vecchie e rotte e spesso mi trovo a fotografare proprio le statue più deteriorate.

finalmente sono riuscita ad assaggiare il jajangmyeon

Comunque sia, ad un certo punto ho realizzato che era ora di pranzo e siccome avevo studiato prima di partire, mi sono diretta a colpo sicuro da My Kimchi, il ristorante coreano di Via Montello 9, del quale avevo letto delle buone recensioni. La zona vicino al cimitero è quella a più alta concentrazione di asiatici, tant'è che viene ormai chiamata Chinatown, ma non ci sono solo cinesi. La cosa che mi ha favorevolmente sorpresa di My Kimchi è che gli altri clienti erano tutti coreani, segno che la cucina è fedele all'originale. Il menù è molto più ricco rispetto al coreano di Ferrara, e così oltre al solito gimbap, ho anche preso il jajangmyeon, ovvero tagliolini con salsa di fagioli neri, il tutto annaffiato da birra (coreana pure quella, ovviamente) e suggellato da un italianissimo espresso, che non sarà stato ortodosso ma ci voleva.


A piedi ho raggiunto il Museo della Permanente per visitare la mostra dedicata a Utagawa Kuniyoshi, pittore giapponese vissuto nella prima metà dell'Ottocento.  Le 165 silografie esposte dimostrano la grande perizia e la sfrenata creatività di questo artista.


Questa qui sopra è l'immagine forse più inquietante tra quelle esposte.


Kuniyoshi però era anche un gattaro ed è celebre perchè ha spesso rappresentato felini, pure in forma umana. La mostra mi è piaciuta moltissimo, se fossi ricca mi piacerebbe potermi permettere l'acquisto di un suo lavoro originale, invece è finita che ho attraversato in lacrime il book-shop pieno di libri e oggettistica giapponesi, perchè mi sarebbero occorsi una carriola e un paio di migliaia di euro per prendere tutto e invece mi sono dovuta accontentare di un quaderno. A quel punto mancavano quasi due ore al treno e dieci foto per finire il rullino, quindi ho gironzolato un po' per il Parco Indro Montanelli e sono tornata in stazione a piedi.

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