venerdì 3 marzo 2017

nudo bruco


Una volta volevo fare la traduttrice di libri, sarà per questo che l'argomento ancora mi interessa. Una buona traduzione è un'arte che deve tenere conto di diversi fattori: mantenere lo stile del testo originale, trasmettere il significato, ma al contempo farlo nel rispetto della lingua in cui si traduce. Dev'essere per via dell'insegnamento del mio professore di greco e latino al liceo se da sempre ammiro chi possiede questa abilità. Il mio prof infatti assegnava un puntino (segno per lui di distinzione) a chi, traducendo una versione, riusciva a rendere perfettamente il senso in italiano pur discostandosi da quella che sarebbe stata la traduzione letterale (che pure pretendeva di vedere scritta tra parentesi). Ricordo di averne presi almeno un paio di quei puntini, per me motivo di orgoglio. Da quando ho cominciato a studiare il giapponese, mi sono resa conto delle difficoltà che presenta tradurre questa lingua, non solo per via della costruzione sintattica, ma anche per la presenza di tutta una serie di espressioni che in italiano non esistono e che, se tradotte letteralmente, risultano pesanti e/o risibili. Difficile trovare l'equilibrio giusto tra la fedeltà al testo e una tradizione piacevole; credo sarebbe sensato, in molti casi, mettere qualche nota a margine per spiegare certe espressioni e quindi usarne di affini nella nostra lingua, senza accanirsi troppo. Diverso è il discorso del doppiaggio, dove non è che si possono mettere note a margine; a maggior ragione però dovrebbe prevalere il buonsenso, buonsenso che evidentemente manca al signore che produce perle come quella riprodotta nell'immagine di apertura (tratta da un anime dello Studio Ghibli). Sarà innegabilmente stato fedele al testo, ma ne è uscita una supercazzola da manuale. Comunque sia, mi è venuto da scrivere questo post perchè al momento sto leggendo un libro giapponese e il mio livello di sofferenza si assesta intorno al 70%, sia perchè è saltato fuori che il testo non è stato tradotto dal giapponese, ma dalla relativa traduzione inglese (quindi è facile capire quanto si possa essere perso per strada), sia perchè il traduttore tiro fuori espressioni antiquate che non rendono esattamente agevole la lettura. Sì, lo so che sono la solita lamentosa pignola, ma nudo bruco non si può sentire...


4 commenti:

  1. le buone traduzioni fanno la fortuna del testo, è un'arte quasi a se, pensa a quanto si è disturbato Calvino per far passare questo concetto.
    Per il resto anche noi qui in riva al mare siamo alle prese con un bruco di tutto rispetto :)

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  2. ma il nudo bruco in sè non sarebbe male, dipende dal contesto in cui è inserito ("dopo tanto amore le rimase solo quel nudo bruco a zampettarle fastidioso sulla pancia")
    massimolegnani (orearovescio.wp)

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    1. "Era nudo bruco, la casa da bagno era angusta e non v'era tempo per riflettere".
      Descrivendo uno che si sta facendo il bagno, direi che "nudo" rende perfettamente il concetto senza aggiungere altro.
      Difatti non ce l'avevo con i bruchi, che mi stanno pure simpatici ^__^

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