venerdì 23 ottobre 2015

avrei voluto



Non amo raccontare i fatti miei, tanto meno su Internet, e difatti nell'altro blog non l'ho fatto che raramente e spesso in modo talmente criptico che nessuno capiva qual era il problema. Oggi però avrei voluto intitolare questo post la fine di un incubo, invece dovrei intitolarlo l'incubo prosegue, perciò per una volta ho deciso di infrangere la regola della riservatezza e, benchè conscia che a leggere queste righe saranno in due, di raccontare l'ennesima storia di persecuzione di un ente statale ai danni di un cittadino onesto (quando invece i disonesti sono ben altri e vivono serenamente perchè tanto a loro non rompe le scatole nessuno).

Dunque, quasi dieci anni fa moriva mio padre. Egli era titolare di una piccola ditta di costruzioni meccaniche per la quale io tenevo la contabilità. Alla sua morte io e mia madre ci trovammo nella necessità di vendere la ditta perchè eravamo incapaci di mandarla avanti. Mio padre infatti è sempre stato il genere di persone che non delega niente a nessuno. Dopo la sua morte cercai almeno di evadere gli ordini rimasti in sospeso e trovai delle enormi difficoltà anche solo a ordinare il materiale necessario, malgrado chiedessi aiuto agli altri dipendenti. Mio padre infatti faceva tutto a mente e anche setacciate il suo computer non servì a nulla. Vista la situazione e vista anche la particolarità delle macchine agricole che produceva, considerai un miracolo il fatto che si materializzasse un probabile acquirente. Questa persona mi fece un'offerta che, essendo completamente al di fuori del mercato, non ero in grado di valutare, così chiesi consiglio al mio commercialista che diede l'ok. Passano alcuni anni, nel frattempo muore pure mia madre, e mi arrivano quattro belle notifiche (due a nome mio e due a nome di mia madre) da parte dell'Agenzia delle Entrate, la quale ha deciso, non so in base a quali calcoli, che io ho venduto la ditta a tot. però la ditta in realtà valeva di più, quindi io mi sono intascata in nero la differenza. Purtroppo questa è una cosa che accade più frequentemente di quanto uno non immagini. Tu vendi qualcosa di tuo e non sei libero di deciderne il prezzo perchè questi si permettono, senza fare la minima verifica dei tuoi conti correnti o del tuo stile di vita, di bollarti come evasore fiscale. Naturalmente dimostrare di non aver preso dei soldi in nero è molto difficile, visto che, proprio perchè sono in nero, non è che la gente li tiene in bella mostra. Per questo moltissime persone accettano di pagare per una colpa che non hanno commesso, forse anche spaventate dalla trafila legale che le attenderebbe altrimenti. Dico questo con cognizione di causa perchè alla zia di un mio amico che aveva venduto un'attività in un momento di necessità è successa la stessa cosa. Ordunque, mi ritrovo con addosso una falsa accusa di evasione fiscale e una cifra spropositata da pagare. La cosa che mi sono chiesta spesso è: se mi avessero chiesto una cifra inferiore o, se in sede di conciliazione, l'avessero diminuita, avrei accettato di pagare comunque pur di togliermi il pensiero? Il punto però per me è sempre stato un altro. Essendomi comportata onestamente per tutta la vita, mi ribolliva il sangue al semplice pensiero di dover pagare per una colpa che non avevo commesso. Così ho trovato un avvocato esperto di diritto tributario il quale ha appunto prima tentato una conciliazione scontrandosi con un muro di arroganza e ottusità, e dopo ha avviato una vera e propria causa. Tra l'altro vorrei anche dire che in un paese civile le persone dovrebbero essere punite quando la loro colpevolezza viene sancita dal tribunale, invece quelle belle persone di Equitalia, senza appunto aspettare di sapere la sentenza, mi hanno comunque messo l'auto sotto fermo amministrativo. Bene, è andata a finire che il tribunale mi ha dato ragione con una sentenza della quale riassumo i passaggi più illuminanti:

"Il ricorso è fondato e merita pieno accoglimento. 
Preliminarmente va ricordato ancora una volta che il valore venale di un bene in comune commercio ed il corrispettivo pagatone per l'acquisto sono due concetti assolutamente differenti soffrendo il secondo, rispetto al primo, di circostanze e valutazioni soggettive inerenti alle parti che hanno diversi interessi a volte anche contingenti e obbliganti.
Si pensi, tanto per citare un esempio, a chi è gravato da debiti, obbligato a vendere per ripianarli o chi per contro, pur di avere quel bene, è disposto a pagare qualsiasi prezzo.
Prova ne sia che la giurisprudenza della Cassazione, citata dall'Ufficio, consente all'onerato della prova (il contribuente) di superarla con il ricorso ad elementi indiziari. (...)
Nel caso in specie alla morte di YX, ottantenne, titolare della ditta artigiana, moglie, non più giovane, e figlia con altri interessi avevano necessità di vendere al più presto l'azienda che si basava sul lavoro del titolare e dei dipendenti ai quali andava anche corrisposto il TFR. (...)
Per contro viene da chiedersi quale interesse avrebbe avuto la società acquirente a pagare parte del prezzo in "nero" perchè questo in fondo è quanto sottintende l'Ufficio allorchè sostiene che il prezzo doveva corrispondere ad un valore che lo stesso Ufficio determina senza alcun criterio facendo mero riferimento al valore di cessione concordato, ai fini dell'imposta di registro, con l'acquirente e (sic!) a sentenze della Corte di Cassazione. (...)"

Orbene, a questo punto ci sarebbe stata la famosa frase tutto è bene quel che finisce bene, e invece no, perchè allo stesso modo in cui io avrei potuto fare ricorso se la sentenza mi fosse stata sfavorevole, l'Agenzia delle Entrate ha fatto ricorso contro di me (mi diceva il mio avvocato che lo fanno sempre, perchè tanto a loro non costa niente). Per aggiungere, oltre al danno, anche le beffe, si sono ridotti all'ultimo giorno del tempo a loro utile, quasi a volermi appunto sbeffeggiare quando ormai stavo per tirare quel benedetto sospiro di sollievo. Quindi ora ricomincia il circo; naturalmente io mi opporrò, ci sarà un altro processo e chissà come andrà a finire... Io ad ogni modo sono decisa a combattere fino alla fine e ad arrivare appunto in Cassazione, anche perchè se devo ridurmi sul lastrico oppure prostituirmi per pagare quella cifra, preferisco pagarla all'avvocato che difende la mia innocenza piuttosto che a quelli che mi accusano ingiustamente.

La foto che ho messo è stata scattata quattro anni fa, quando cominciò il tutto, ma i miei sentimenti non sono cambiati XD

2 commenti:

  1. Mi auguro che alla fine, quando vincerai, ci sia nei tuoi confronti anche un risarcimento per danni morali.

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    1. E' quello che spero, ma mi è parso di capire che in qualche modo vincono sempre loro. Basti dire che in un paese civile il fermo amministrativo dell'auto avrebbe dovuto essere revocato automaticamente quando ho vinto il ricorso, invece tocca a me pensarci e toccherà pure sprecare non so quanto tempo tra un ufficio e l'altro e non so quanto soldi. Viva l'Italia!

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