giovedì 2 luglio 2020

un mese in quattro foto: giugno


Qualcuno sa come so chiama questa pianta grassa? Quest'anno ha fatto la bellezza di diciassette fiori! Peccato che durano al massimo due giorni.


I due gattini che ha preso mio figlio maggiore; purtroppo la foto non è il massimo, ma non sono riuscita a fare di meglio perchè fuori dal trasportino scappavano da tutte le parti. Non sono fratelli, quello rosso ha due mesi e mezzo, il nero solo due. E a me è venuta una grandissima voglia di gattini, solo che la mia Mafalda è gelosissima e non vuole altri animali in casa (ha perfino soffiato a questi piccolini...).


Ho avvistato un altro lavoro del writer gourmet. L'ho soprannominato io così perchè va in giro per la città scrivendo cose come ragù o tortellini. A questo giro è toccato al sugo.


Casetta del book-crossing a Fontanellato. Ho sbirciato dentro, ma la situazione era addirittura più triste di quella dove vado di solito.

martedì 30 giugno 2020

giugno sereno

Spero di non attirarmi nè astio nè invidia, ma non posso che confermare il trend positivo di questo periodo. Quando mi guarderò indietro in futuro, ripenserò al 2020, o almeno a questi primi sei mesi di cui ho conoscenza, come a un periodo per me molto sereno e piacevole. Del resto non è la prima volta che funziono al contrario rispetto al resto del mondo. Se state per maledirmi o darmi dell'incosciente ricordandomi che là fuori c'è una pandemia in corso, posso rispondervi che se oggettivamente il mondo va a rotoli, soggettivamente bisogna tenere conto di altri fattori. Certo, sarà una questione di fortuna oppure, come direbbe i coreani, nella mia vita precedente ho salvato una nazione così che il karma mi ripaga in questa, e comunque sono sicura che ci sono stati molti periodi delle vostre vite in cui siete stati bene mentre io, al contempo, sputavo sangue e stavo male da cani. Perchè la vita è così: a volte va bene, a volte va male. Adesso a me va bene, sono conscia del fatto che non durerà, ma proprio per questo me la sto godendo in pieno, di modo che quando ricomincerò a stare male non avrò rimpianti. Tra l'altro questo giugno ha avuto delle temperature per me ottimali e anche questo, per me che odio il caldo, ha contribuito al mio benessere.


Bardi by night

Detto ciò, non ho molto altro da aggiungere perchè lo stile di vita che ho adottato ultimamente ha accentuato il mio spirito da eremita e quindi non ci sono stati particolari accadimenti, a parte la già citata gita nel parmense. Difatti sono arrivata anche a interrogarmi sull'opportunità di proseguire questo bilancio mensile se non c'è nulla da bilanciare, ma poi mi sono risposta che va bene così, che quando mi guarderò indietro sarà giusto avere un resoconto anche del nulla XD Bè, un altro lato positivo di giugno è che finalmente ho rivisto fisicamente quasi tutti i miei amici.

domenica 28 giugno 2020

letture di giugno


Forse nel nostro Paese non sono mai stati abbattuti alberi così memorabili, come i sette platani che guardano il lato stretto della terza baracca. Le loro chiome erano già state tagliate in precedenza per un motivo che conosceremo più tardi; all'altezza d'una spalla d'uomo erano poi state inchiodate assi trasversali, in modo che, da lontano, i platani assomigliavano a sette croci.

Anna Seghers è il nome d'arte di Nelly Reiling, scrittrice e attivista comunista tedesca. Questo libro, che ho acquistato alla libreria Libet l'ultima volta che sono stata a Milano, è il primo di una trilogia ed è stato scritto agli inizi degli anni quaranta, mentre la Seghers  si trovava in Messico. La donna infatti era da tempo fuggita dalla Germania dopo essere stata arrestata nel 1933. Si può ben dire quindi che conosca molto bene la materia di questo libro che, ambientato nel 1936, racconta di un'evasione da un campo di concentramento per detenuti politici. Sono in sette a fuggire, ma solo uno riuscirà a salvarsi; gli altri verranno catturati o moriranno per i fatti loro. Il libro si concentra su quello che si salva, Georg Heisler, e nel narrare le sue avventure offre uno spaccato completo della Germania di metà anni trenta. Ci sono quelli che ormai sono fanatici nazisti, quelli che hanno aderito al partito solo per non avere grane, quelli che ancora conservano una mente indipendente e che però si dividono tra coloro che hanno paura di agire e quelli che invece rischiano la pelle per aiutare Georg. Penso che si tratti di un libro complesso e importante proprio per tutte queste sfaccettature che offre, tanto più che è stato scritto praticamente in contemporanea e non lo si può certo accusare di aver ricostruito le cose a ritroso. Intendo con questo dire che le cose furono come ce le possiamo immaginare: che tra i fanatici ci stavano gli ipocriti paurosi, ed è difficile stabilire quanto biasimo meritino questi ultimi, dal momento che non sappiamo come ci saremmo comportati noi al loro posto. Fortuna che ci sono quei pochi coraggiosi a portare avanti il senso dell'umanità.


Era una notte senza luna e le stelle splendevano nella calda oscurità. Quando mi fui abituato ai suoi suoni soffocati incominciai a distinguere rumori che all'inizio non avevo notato: il fruscio del traffico che correva lontano, sull'altra riva del fiume, l'ansimare del motore di un'automobile che si arrampicava su per la collina, il boato sordo di una cascata.

Mi è piaciuto questo Out of Caos, romanzo del 1965 di J.T. McIntosh (nome d'arte del giornalista scozzese James Murdoch MacGregor). A proposito, vedo che il brutto vizio di cambiare i titoli originali dei libri ha le gambe lunghe. In questa storia un terremoto devastante stermina il genere umano alterando profondamente la crosta terrestre. Il protagonista si salva per miracolo insieme a un'altra manciata di persone, e scopre di abitare un triangolo di terra di circa quaranta chilometri quadrati circondato da burroni tanto profondi da essere impossibili da attraversare. Come sempre inizia la lotta per la sopravvivenza, che qui vede i sopravvissuti impegnati anche nel difendersi da un altro gruppo abitante un lembo di terra vicina. Alla fine però finisce tutto bene perchè l'autore ha scelto di fare trionfare la ragionevolezza e l'aiuto reciproco. Questo rende la trama ancora più fantascientifica naturalmente, però almeno è stata una lettura molto gradevole.



- Proprio molto sinistro – disse Grid, sottovoce.
Che cosa? - domandò Carrigan.
- Tutto: ferris Street e l'intero rione.

Tra i vari mercatini che frequento (o meglio: che frequentavo prima della pandemia) ce n'è uno per beneficenza che considero l'anticamera del cassonetto. Può darsi che dipenda dal fatto che è ospitato in una sorta di granaio dismesso in campagna e che quando si entra si ha l'impressione di entrare in una di quelle cantine dove le cose giacciono accatastate da decenni. Ho anche sempre avuto l'impressione che la merce esposta sia non di seconda, ma di terza o quarta scelta, e in un certo senso ne è prova questo volumetto dalla copertina molto rovinata, che probabilmente è stato comunque messo in vendita perchè è vintage. Io difatti l'ho preso proprio perchè mi piaceva l'immagine di copertina. Curtains for the Copper è un giallo di un autore del quale in rete non sono riuscita a trovare notizie. E' una storia che corre via gradevolmente, con protagonista un giornalista d'assalto che s'improvvisa detective per venire a capo dell'omicidio – fatto passare per suicidio – di un giovane poliziotto. Il tipico giallo di maniera – con la bella di turno che fa girare la testa all'uomo e che non si sa se è davvero innocente come appare, e con un colpevole del tutto inaspettato. Come ho detto ancora però, per passare il tempo sul terrazzo al gradevole sole di giugno preferisco racconti di questo tipo alle truculenze moderne.


Questo in realtà non è un libro da leggere bensì da guardare, visto che si tratta di un libro fotografico. Si tratta del primo libro che Gina Garan ha dedicato alle bambole Blythe e risale a una ventina d'anni fa. La Garan, una fotografa americana, fece la prima foto a una delle sue Blythe per caso; semplicemente doveva provare un obiettivo macro e la bambola era la prima cosa che le capitò sotto mano. Da quei primi scatti però non smise più e infine propose a diversi editori un libro con le foto delle Blythe e fu lei la prima a sorprendersi quando più di uno accettò. Ci tenevo particolarmente ad avere questo suo primo libro (in seguito ne ha fatti altri, sempre con le bambole) non solo perchè mi piacciono le Blythe, ma anche perchè si tratta di scatti analogici, e soprattutto perchè io stessa qualche anno fa sono andata in giro con un bambolotto che fotografavo in tutte le salse, attirandomi le beffe del marito e dei figli. E dire che se avessi cominciato a farlo prima e avessi proposto il tutto a un editore, adesso forse Gina Garan sarei io XD Comunque, tornando al libro, mi è piaciuto.




Si sentiva stordito, sciocco, goffo; e si sentiva anche ladro. Una sensazione di paura, angoscia ed insieme sollievo, ma, sotto sotto, la coscienza di aver rubato, mentre in realtà il torto lo aveva subìto lui, non commesso.

Il Plagio (titolo originale The Paper Dragon) è un romanzo del 1966 di Ed McBain, che però in questo caso si firma Evan Hunter, ovvero con il suo vero nome e non con quello con il quale è più noto. Non sapevo bene che cosa aspettarmi da questo libro che narra di un processo per plagio: un commediografo di belle speranze ma scarsa fama ritiene che uno dei suoi lavori sia stato spudoratamente copiato da uno scrittore che, proprio con quel suo libro, ha ottenuto grande successo, tanto che dal libro è stato tratto anche un film. Sul banco degli imputati si trovano quindi anche i rappresentanti della casa editrice e i produttori cinematografici. Agli interrogatori e alle scene del processo si alternano le descrizioni e le vicende di quelli coinvolti, non solo accusatore e accusati, ma anche gli avvocati, le loro relazioni, eccetera. Il tutto si svolge nell'arco di cinque giorni, corrispondenti alla durata del processo, e si chiude con la sentenza emessa dal giudice. Quello che mi è piaciuto più di tutto è stata la parte extra-processuale, ovvero i retroscena dei vari personaggi, benchè abbia apprezzato anche gli interrogatori, costruiti con grande maestria. Alla fin fine si tratta di un voler descrivere un preciso momento della vita di queste persone, narrando come sono arrivate fino a lì, le loro aspettative riguardo al processo e riguardo al proprio futuro. Una lettura interessante quindi, anche se confesso che sul plagio mi ero fatta un'idea che non corrisponde all'epilogo.




I have been asked to make my contribution to the curious history of the disappearence of Mr. Daniel Penrose, and I accordingly do so; but not without reluctance and a feeling that my contribution is but a retailing of the smallest of small beer.


Daniel Penrose è un personaggio eccentrico; ha il vezzo di parlare usando solo giochi di parole, cosa che rende la comprensione delle sue frasi ostica a tutti, ed è sempre molto riservato riguardo alle sue cose. Egli possiede una collezione di pezzi della più svariata origine della quale non conosce esattamente il valore, e non è nemmeno particolarmente esperto in antichità perchè tende piuttosto a procurarsi ciò che attira la sua curiosità. Un bel giorno Penrose scompare; la sua auto viene ritrovata in campagna e riconosciuta come responsabile dell'investimento di un'anziana. La stessa sera un uomo con delle ferite al viso che lo rendono irriconoscibile viene ricoverato in ospedale; egli indossa l'impermeabile di Penrose e si pensa si tratti di lui, ma la sua fuga dall'opedale impedisce ulteriori indagini. Dopo sei mesi di Penrose ancora non c'è traccia, ma diventa ancora più urgente trovarlo perchè suo padre è morto e occorre procedere all'assegnazione dell'eredità. A sbrogliare la matassa ci penserà il dottor Thorndyke, personaggio nato dalla fantasia di Richard Austin e protagonista di moltissimi romanzi e racconti. Questo è il tipo di gialli che più mi piace, dove si fa gran sfoggio delle capacità deduttive dell'investigatore di turno.

venerdì 26 giugno 2020

Little Fires Everywhere (tanti piccoli fuochi)


Premetto che non ho letto il libro dal quale è tratta questa serie; mi ha incuriosito il titolo, ma soprattutto mi ha convinto la presenza di Reese Witherspoon, attrice che mi è sempre stata simpatica e che trovo molto brava. La serie mi è piaciuta moltissimo, perciò adesso vorrei leggere anche il libro che sarà sicuramente ancora più bello. La vicenda è ambientata alla fine degli anni novanta a Shaker Heights, città nei dintorni di Cleveland. Protagoniste sono due donne che hanno fatto scelte di vita molto diverse l'una dall'altra. Da un lato abbiamo Elena Richardson, bella, bionda e ricca; è una donna apparentemente realizzata e perfetta, con un devoto consorte e quattro figli adolescenti, e lavora per un giornale locale. Elena da principio sembra una brava persona, abbraccia causa benefiche e cerca di aiutare il prossimo, difatti, malgrado in un primo momento abbia denunciato alla polizia locale la presenza di un'auto forestiera, decide di aiutare la due donne senza fissa dimora che di fatto vi abitano. Mia Warren e sua figlia Pearl entrano fisicamente e psicologicamente nella vita di Elena e della sua famiglia. Mia, che è un'artista, è una ragazza madre che ha sempre condotto una vita da vagabonda al limite della sopravvivenza, per questo motivo sua figlia rimane ammirata dalla ricchezza e dallo stile di vita dei Richardson. Ma Mia ha anche fatto una scelta estrema, ed è a causa di quella se non ha radici. Elena e Mia si girano intorno, sembrano avvicinarsi, però finiscono per diventare nemiche quando Mia aiuta una giovane clandestina cinese a chiedere l'affido della figlioletta che aveva abbandonato un anno prima in quanto incapace di prendersene cura. Lo scontro con Mia mette Elena di fronte alle sue stesse scelte di vita, che fondamentalmente si riassumono nell'aver seguito il tracciato definito per lei dalla propria famiglia, ovvero sposarsi e fare figli, a scapito della sua vocazione di giornalista che l'avrebbe portata su tutt'altra strada. Sicuramente entrambe le donne sono personaggi interessanti, e allo stesso modo ho trovato molto apprezzabile soprattutto Izzie, la figlia minore di Elena, la ribelle che sembra essere l'unica capace di sfidare le convenzioni. Penso che questa sia una serie da vedere assolutamente, ma prima di aver letto il libro XD

mercoledì 24 giugno 2020

Miyo - Un amore felino


Le temperature stanno salendo e, come accennavo l'altro giorno, questo significa che il mio cervello entra in una sorta di fase di stallo durante la quale non riesco a impegnarmi in letture e visioni serie (oddio, detta così sembra che normalmente sia una fine intellettuale, e invece no!). Comunque sia, anche con il caldo resto una gattara, quindi ho felicemente coniugato la ricerca di prodotti leggeri con il mio amore per i gatti guardando questo anime il cui titolo originale è 泣きたい私は猫をかぶる nakitai watashi wa neko o kaburu  (qualcosa come voglio piangere, indosso un gatto – nel senso che la protagonista indossa una maschera da gatto e in gatto si trasforma). Difatti la giovane Miyo – soprannominata Muge – a un matsuri ha incontrato uno strano personaggio, un gatto parlante, che le ha dato una maschera; ogni volta che la indossa, si trasforma in una bella gattina e può restare insieme a Hinode, il compagno di classe del quale è innamorato e che, ovviamente, non ricambia i suoi sentimenti. Muge soffre anche per l'abbandono della madre e per il fatto che il padre ha una nuova compagna, e in effetti sembra sia davvero felice solo quando è un gatto. Intanto lo strano personaggio torna a trovarla e insiste che rinunci a tornare umana; in un momento di sconforto in seguito a uno spiacevole episodio a scuola, Muge accetta. Tutti credono che sia scappata di casa; quando però lei decide di tornare, scopre che qualcun altro ha preso il suo posto e indossa la sua faccia. Chi sarà mai? E, soprattutto, come riuscirà Muge a tornare umana? Leggevo che questo film ha saltato la normale distribuzione nelle sale prevista per inizio giugno causa pandemia, ed è quindi sbarcato direttamente su Netflix. E' una storia agrodolce, perchè dietro la vicenda surreale si celano le difficoltà dei giovani protagonisti; si potrebbe dire, in un certo senso, che è una storia di formazione, o perlomeno di crescita. A dare voce a Muge è la brava Shida Mirai.

lunedì 22 giugno 2020

la Barbie culona

In famiglia siamo cresciuti, e parecchio anche. Siccome penso che ciascun membro meriti eguale attenzione, ho deciso di dedicare un post a ognuno, magari recuperando anche i personaggi che sono già apparsi, ma che non sono stati doverosamente presentati. La cosa non procederà in ordine strettamente cronologico per acquisto, ma in ordine Guchi - ovvero: quello che mi pare quando mi pare ^___^


La quarta della famiglia Barbie ad arrivare è stata Cathy. Si tratta del famoso modello curvy in versione made-to-move; la confezione originale la vestiva con pantaloni e maglietta da ginnastica, e niente scarpe perchè a quanto pare quelle della serie made-to-move fanno tutte yoga. La Barbie curvy venne lanciata sul mercato all'inizio del 2016 insieme a molti altri modelli, in un tentativo di rivitalizzare il marchio che negli anni precedenti aveva perso una discreta quota di mercato. La cosa era imputabile a vari fattori, tra i quali venne identificato il fatto che la Barbie classica è troppo magra per essere vera e potrebbe causare vari problemi alle bambine, dalla scarsa autostima all'anoressia. A questo proposito volevo dire che sono cresciuta giocando con tre Barbie e svariate altre bambole tutte taglia 42, e la cosa non mi ha impedito di ingozzarmi sempre e comunque e con grande soddisfazione di Nutella e patatine, per cui mi chiedo se non sono le nuove generazioni ad essere troppo sensibili o se non eravamo noi bambine degli anni Sessanta/Settanta ad avere meglio in mente la differenza tra le bambole e la vita reale. Questo però è un altro discorso e al momento non ci interessa. Torniamo a Cathy. Naturalmente la prima cosa che ho fatto dopo averla liberata dai vari legacci della confezione è stata spogliarla, e questo non solo perchè tanto l'avrei rivestita con altre cose fatte da me, ma perchè ero curiosa di vedere il fisico curvy. Cathy ha due coscioni e un culo che somigliano molto ai miei, quindi mi ha fatto subito simpatia. In effetti può essere rassicurante bamboleggiarsi una figura simile a una massaia romagnola anzichè a una top model, però posso dire una bestemmia? Mi piace di più la Barbie classica. 


Detto questo, ho pensato a cosa farle come primo outfit ed è andata a finire che praticamente l'ho vestita come mi vesto io: con un paio di pantaloni comodi e una camiciona svasata sui fianchi. Sembra un panfilo, ma del resto sembro un panfilo pure io quando mi vesto così, quindi dov'è il problema? E io manco ho in testa quel bel nastro intonato al tessuto provenzale dei pantaloni!


Maddie l'ha accolta bene, secondo me perchè quando l'ha vista ha subito concluso che non c'era storia e che non avrebbe avuto motivo di essere gelosa di Oscar. Eh, lo so, è un po' stronzetta, però ci sono affezionata e le perdono tutto. Che poi io le ho anche detto che agli uomini piace stringere un po' di carne e non solo le ossa, ma lei ha continuato a sghignazzare mentre faceva finta di leggere.


Cathy mi ha fatto notare che il nero snellisce - come se non lo sapessi! - e così le ho fatto un tubino nero che difatti le rende più giustizia, ma che sarebbe rimasto piuttosto anonimo se non lo avessimo completato con qualche accessorio. Ne ho diversi vintage che appartenevano alle mie vecchie Barbie, ma il problema sono le scarpe. Cathy ha dei piedoni come i miei e non sono entrati in nessun paio di quelli che avevo. Sto ancora aspettando le scarpe ordinate, quindi al momento le uniche alternative sono stare scalzi o mettere dei sandali bluette (gli unici che le entrano, ma che con il tubino nero ci stanno come i cavoli a merenda).


Mentre eravamo intente a ficcanasare tra gli accessori e gli abiti vintage, Cathy ha notato la Vespa e ha voluto assolutamente salirci. Invano le ho fatto notare che rischiava di dare spettacolo, in quanto per sedercisi avrebbe dovuto tirarsi su la gonna e non aveva le mutande (ah, le mutande delle Barbie sono un grosso problema!). Non ha voluto sentire ragioni, dicendo che tanto la vedevo solo io; ho preferito non farle notare che sarebbe finita sul blog, ma almeno la morale è salva perchè dalla foto non si vede nulla di scandaloso.

sabato 20 giugno 2020

la mia prima (e, molto probabilmente, ultima) gita pandemica

Da alcuni anni la zingara di famiglia sono io: tra viaggi, viaggetti e gite, non mi faccio sfuggire un'occasione. Da quando siamo nel mezzo della pandemia però la voglia di viaggiare mi è sparita del tutto, e non perchè abbia paura di ammalarmi, ma perchè la sola idea di farmi un viaggio in treno o in aereo con la mascherina addosso mi fa venire l'orticaria. L'auto non è mai stata la mia prima scelta per spostarmi e di certo non la prenderei per andare nelle grandi città, e poi ci sono i ristoranti, i musei, le mostre, tutti che prevedono l'uso più o meno breve delle mascherine. Insomma, in questo periodo sto molto meglio da sola in casa mia a faccia scoperta. Per contro, marito e figlio maggiore hanno decretato che è il periodo migliore per andare in giro visto che c'è poca gente. Il figlio è stato a Venezia due settimane fa, mi ha mostrato una foto di Piazza San Marco dove ci saranno state una dozzina di persone: roba veramente da non credere! Il marito ha fatto pure una gita in solitaria e poi, avendo una settimana di ferie, ha insistito per un mini-viaggio di coppia. Sono partita piuttosto riluttante, però alla fine mi sono divertita più del previsto perchè, proprio per via che non c'era altra gente in giro, la mascherina l'ho dovuta indossare poco.


Ci siamo avviati in direzione Parma, con il solito tempo capriccioso che ci ha rivesciato addosso acqua a tratti per tutto il giorno. Questo ha però anche significato che non era caldo, anzi, ho concluso la giornata con addosso canottiera, camicia e felpa, che essendo metà giugno e in Italia, non in Groenlandia, è notevole. La nostra prima sosta è stata Varano de' Melegari, dove c'è un castello visitabile solo il fine settimana, ragion per cui noi lo abbiamo visto solo da fuori. Carino il piccolo borgo a ridosso del castello.


Proseguendo lungo la strada, abbiamo fatto un breve sosta anche al complesso della Pieve e del Battistero di San Lorenzo, anch'essi chiusi. Siamo infine sbarcati alla nostra vera meta, ovvero Bardi, e siccome era ora di pranzo, dopo aver atteso qualche minuto in auto che finisse un forte rovescio temporalesco, siamo andati a mangiare ottimamente al Ristorante Due Spade, in via Giorndani 9, che si è scoperto essere di fronte al nostro B&B e sotto la stessa gestione, ragion per cui dopo mangiato ci hanno accompagnato nella nostra stanza dove siamo rimasti una mezz'oretta, sempre in attesa che il maltempo passasse (ha perfino gradinato).


Finalmente la pioggia non solo è calata, ma ha lasciato pure uscire il sole, così siamo usciti per andare a visitare il castello, che è poi il motivo per cui la gente va a Bardi. Questo castello è molto grande ed è costruito su uno sperone di diaspro rosso visibile da lontano (quando non diluvia). Questo castello fu importante per diverso tempo durante il medioevo, ma cominciò a decadere alla fine del 1600 con la fine del casato dei Landi che lo possedeva. Nell'Ottocento venne adibito a prigione militare e sede del comune, e solo negli anni Sessanta fu iniziato il restauro.


A dire il vero, gli allestimenti degli interni non sono niente di eclatante, però io mi sono divertita un sacco proprio perchè, essendo così grande, sono andata avanti e indietro tra camminamenti e torrioni, sale di tortura e cantine, a volte avendo l'impressione di visitare un luogo abbandonato (c'eravamo solo io e mio marito, oltre a un paio di custodi). 



Come in ogni castello che si rispetti, anche qua c'è un fantasma, che però è stato avvistato per la prima volta in tempo recenti e quindi mi chiedo dov'era stato fino ad allora. Forse era intimidito dai galeotti? Dietro alla figura del fantasma c'è una storia d'ammmore, naturalmente. Io so solo che a un certo punto sono inciampata e ho detto al marito "Pensa se fossi morta anch'io, poi di fantasmi ce ne sarebbero due, quello di Moroello e quello della Guchi", però non sono morta (ancora) e quindi niente. La giornata è proseguita con una passeggiata per il paese e un altro ottimo pasto.



La mattina seguente splendeva il sole; siamo andati al borgo di Rocca Vecchia, dove, lasciata l'auto, ci siamo avventurati a passeggiare in collina, godendoci la natura e il panorama.


A ora di pranzo eravamo a Fontanellato, dove non abbiamo visitato il castello perchè l'avevamo già fatto ben due volte in passato, e invece abbiamo mangiato di nuovo bene presso la Gastronomia A Tavola, in via Brambilla 8. 





Abbiamo quindi raggiunto il Labirinto della Masone, fatto costruire alcuni anni fa dall'editore Franco Maria Ricci. Non c'è solo il labirinto da vedere, ma anche un piccolo museo con la collezione del Ricci, oltre ad alcune sale che ospitano mostre temporanee. Il museo mi è piaciuto, però è stato anche il momento in cui ho patito di più a causa della dannata mascherina.




Quanto al labirinto, mi sono proprio divertita! In pratica è una piccola foresta di bambù; penso che senza l'aiuto della piantina uno corra il rischio di vagare sconsolato per delle ore, e comunque siamo riusciti a perderci lo stesso (ovvio, la cartina la consultavo io!!). Alla fine si arriva al centro, dove si trova una costruzione che ospita una cappella e alcune sale espositive, con un cortile e un porticato. Due giornate spese bene, dunque. Di qui in poi però non penso che mi muoverò, a parte la settimana in montagna, perchè è in arrivo il caldoporco.

giovedì 18 giugno 2020

One Spring Night


Come ho avuto già modo di dire, a me gli sceneggiati coreani piacciono molto. Sono veramente rari i casi in cui mi deludono, e questo, ahimè, è uno di quelli. Pensare che avevo delle aspettative alte perchè avevo trovato il lavoro precedente di questo regista molto buono: Something in the Rain, oltre a portare sullo schermo una storia d'amore contrastata in cui i due protagonisti sfidavano il mondo pur di stare insieme, tirava in ballo anche un argomento delicato d'attualità come quello delle molestie sul posto di lavoro. Questo One Spring Night (Bombam 봄밤) riutilizza alcuni degli attori dell'altro, incluso uno dei protagonisti, e nuovamente tocca un argomento delicato - in questo caso la violenza domestica - però la storia d'amore ha avuto più che altro il risultato di irritarmi o farmi sbadigliare. Jeong-In incontra Ji-Ho nella farmacia dove lui lavora; è amore a prima vista, con il piccolo dettaglio che lei è già fidanzata. La relazione tuttavia è logora e Jeong-In patisce il fidanzato che la tratta come una cosa scontata. Dal canto suo Ji-Ho è un ragazzo padre; la prima moglie infatti è sparita poco dopo aver dato alla luce loro figlio. S'instaura quindi un tira e molla sfinente. Jeong-In da principio sembra voler tenere il piede su due staffe, mentre Ji-Ho si trattiene per via della sua situazione famigliare; il fidanzato di Jeong-In è un vecchio compagno di studi di Ji-Ho e lo considera a lui inferiore, quindi quando scopre la relazione tra i due s'incaponisce a voler sposare a ogni costo Jeong-In più che altro per non darla vinta a Ji-Ho. I genitori ci mettono del loro e il tutto procede appunto con una lentezza esasperante quando il tutto poteva essere rapidamente risolto con un bel vaffanculo collettivo. Oh. Dunque, molte ore perdute, difatti non so perchè non l'ho mollato a metà, forse ero curiosa di vedere se qualcuno degli antagonisti avesse commesso qualche particolare bassezza e invece no, tutti cani che abbaiavano senza mordere. Se non altro mi ha fatto piacere rivedere Jung Hae-In (Ji-Ho) e anche Han Ji-Min (Jeong-In) mi piace, malgrado in questo ruolo le avrei dato un sacco di ceffoni. Sua madre è di nuovo interpretata da Gil Hae-Yeon, che però qui è un personaggio positivo, forse per compensare l'isteria di quello interpretato nella serie precedente. Riconosciuti anche Joo Min-Kyung, Seo Jung-Yeon e Kim Chang-Wan.

martedì 16 giugno 2020

Lady J


Mi piacciono i film in costume, specialmente quelli ambientati nel Settecento. Questo Mademoiselle de Joncquières è ispirato a uno scritto di Denis Diderot e mi ha fatto pensare a Le relazioni pericolose, in quanto anche qui c'è una donna vendicativa che vuole farla pagare al suo amante. Madame de La Pommeraye per sei mesi resiste al costante corteggiamento del marchese des Arcis, affermando che non è mai stata innamorata e che non le interessa esserlo, e rimproverando l'uomo per la sua condotta libertina. Alla fine però cede, ma l'idillio finisce dopo un paio d'anni. Lei tuttavia è ancora innamorata e decide di vendicarsi del marchese. Per farlo cerca la complicità di una nobile decaduta che è sopravvissuta prostituendosi insieme alla figlia.  Madame de La Pommeraye le fa passare per due povere devote e il marchese s'innamora a prima vista della bellissima fanciulla. Di lì in poi è una strada in discesa; l'uomo, sempre più preso, dopo alcune avances rifiutate si decide a chiedere la mano della giovane. All'indomani del matrimonio però Madame de La Pommeraye lo mette di fronte alla verità. Da principio lui si indigna, ma poi si convince che la ragazza avrà anche esercitato il mestiere più vecchio del mondo, ma ha un'anima sincera e onesta. Insomma, almeno loro due vivrammo felici e contenti, Madame de La Pommeraye quasi certamente no. Nel 1945 era già stato girato da Robert Bresson un film tratto dal racconto di Diderot e intitolato Perfidia, ma quello era stato ambientato nel presente. Sarei curiosa di vederlo per fare un paragone. Questo qui comunque mi è piaciuto, è ben recitato e la storia è ben costruita. Anche se non è al livello di Le relazioni pericolose, è certamente un film molto valido e il personaggio di Madame de La Pommeraye è stronzo il giusto, anche se non arriva i picchi di Glenn Close.

domenica 14 giugno 2020

L'emporio dei piccoli miracoli - Higashino Keigo


«Andiamo alla casa abbandonata.»
L'idea era di Shōta. Diceva che c'era una casa abbandonata che sarebbe stata perfetta.

Questo è il genere di libro che non vorrei finisse mai perchè mi trasmette una sensazione di pace e di benessere. Namiya zakkaten no kisekiナミヤ雑貨店の奇蹟 – L'emporio Namiya dei miracoli – conta cinque parti che si muovono in senso circolare, per così dire, cosa che noto spesso nella letteratura – e non solo – giapponese; c'è il rimando a un destino che muove i nostri passi e ci conduce verso la meta prefissa che lo vogliamo o no, o, per coloro che preferiscono il libero arbitrio, ci pone davanti delle scelte che si spera siamo abbastanza consapevoli da compiere. L'emporio Namiya diventa famoso quando l'anziano signore che lo gestisce si mette a rispondere a lettere inviategli dapprima in modo scherzoso dai ragazzini del quartiere, in seguito da persone realmente in cerca di consiglio. Namiya ce la mette tutta, cerca di capire a fondo i problemi e risponde nella maniera più ragionevole e coerente possibile. Questo suo profondo impegno non cade nel vuoto; alcune persone gli devono una svolta decisiva delle proprie vite, anche se in fondo lui si rende conto che le persone che gli scrivono nel loro cuore hanno già fatto una scelta, hanno solo bisogno di accertarsi che sia quella giusta. Alla morte del vecchietto, l'emporio rimane vuoto e abbandonato fino a quando, dopo più di trent'anni, tre ladruncoli non vi trovano rifugio dopo una rapina. La loro sorpresa è grande quando si vedono recapitare una lettera, ma un po' per gioco e un po' per sfida decidono di rispondere, trovandosi così coinvolti in quel destino di cui sopra. Niente accade per caso in questo racconto, ma la sensazione è positiva, è come se ci si sentisse amorevolmente guidati da una forza superiore. Higashino ancora una volta non delude. 

venerdì 12 giugno 2020

Nowhere Boys


Questa serie australiana per ragazzi conta quattro stagioni, su Netflix ce ne sono tre, ma io ho visto solo le prime due perchè alla terza il cast è completamente rinnovato e oltretutto alla seconda il mio interesse è drasticamente calato. Nella prima stagione quattro adolescenti si perdono nel bosco durante una gita scolastica; al mattino si ritrovano in un universo parallelo dove appare tutto uguale al loro mondo, ma dove loro non esistono e i loro famigliari e amici sono in alcuni casi diversi dalle versioni originali. Dopo l'iniziale sconcerto, i quattro cercano di capire come tornare a casa. Intanto però un demone comincia a perseguitarli. Salta così fuori che uno di loro, Felix possiede poteri magici ed è colpa sua se sono finiti nell'universo parallelo. Questa prima stagione è stata carina, anche se non eccezionale. Nella seconda i quattro si ritrovano nei guai quando uno di loro scompare; i superstiti cercano in tutti i modi di ritrovarlo e a questo giro se la devono vedere con una potente strega. Forse perchè sapevo già dove sarebbe andato a parare il tutto, a questo punto il continuo andirivieni e tira e molla mi ha un po' stufato; le puntate comunque erano di venticinque minuti e quindi sono arrivata rapidamente alla fine. Conclusione: nulla di memorabile, giusto un passatempo scacciapensieri.

mercoledì 10 giugno 2020

Liebster Award (anche questa volta non ho vinto l'Oscar, ce ne faremo una ragione XD)


Grazie a Bobby Han Solo del blog CINEMA TV MUSICA Di Una Galassia Lontana Lontana che mi ha nominata per questo Liebster Award, che consiste in quanto segue:

1. Ringraziare il blogger che ti ha nominato, fornendo anche il link al suo blog (fatto!)
2. Rispondere alle 11 domande ricevute.
3. Nominare altri 5-11 blogger.
4. Chiedere 11 domande ai blogger nominati.
5. Avvisare i blogger che sono stati nominati.

Bene, adesso faccio la brava e vedo di rispondere alle domande...

1.Prodotti artistici o prodotti industriali? Arte di consumo o arte pura?

Molti anni fa vedevo quasi esclusivamente film d'essay, del tipo che mi sono sciroccata delle palle allucinanti. Tutte molto artistiche, però. Con il passare degli anni mi sono alleggerita. Non sarò mai un tipo da cinepanettone, ma non lo sono più nemmeno da certe robe che magari hanno vinto premi ai festival, ma che ora mi sembrano pesanti e incomprensibili benchè considerate artistiche dalla critica. Boh. Diciamo che preferisco prodotti di qualità, e a volte questo coincide col fatto che siano industriali

2. Ti senti più un tipo nordico o mediterraneo?

Decisamente un tipo nordico. Tra l'altro la cosa buffa è che spesso mi prendono anche per una nordica. Magari non per una svedese, ma quasi sempre per una tedesca.

3. Preferisci le cose che si sentono o le cose che si vedono?

Ma perchè devo scegliere? Adoro la musica e adoro cinema e serie TV. E poi ci sono i libri, che si vedono e si sentono allo stesso tempo XD

4. Ti inondi nei social? Ti mantieni distante? Li rifiuti?

Rifiutarli no, sono convinta che le idee di fondo siano buone, è l'uso che ne fa molta gente che è sbagliato. Però questo è anche il motivo per cui li prendo a piccole dosi. Ho capito che per preservare la mia sanità mentale è meglio fare un'accurata selezione e seguire solo persone costruttive e positive, per questo su Facebook faccio le pulizie di Pasqua tre volte l'anno. Riguardo alla mia partecipazione invece, è andata sempre più scemando. Praticamente scrivo solo sul blog, non so da quanto non posto su Facebook o su Instagram.

5. Hai un criterio di organizzazione del blog?

Non ce l'avevo fino a qualche mese fa, non su questo blog almeno. Su quello precedente, non più visibile al pubblico, ero molto organizzata, avevo tutta una serie di rubriche fisse, eccetera. Quando ho aperto questo invece ero in modalità scrivo quello che mi pare quando mi pare. Ultimamente però mi è venuta voglia di scrivere di più e questo ha inevitabilmente comportato un qualche genere di organizzazione. 

6. Programmi molto i tuoi post o “pubblichi” a istinto quando capita?

In genere scrivo in tempo reale. Vedo un film o una serie e li recensisco, postando quasi sempre il giorno dopo o comunque in settimana. A volte capita che le cose si accumulino e allora spalmo di più i post. Di programmato, se vogliamo, ci sono l'elenco dei libri letti ogni mese, il bilancio mensile e le quattro foto di riepilogo; programmato nel senso che questi post escono in una data precisa ogni mese e li costruisco nel corso del mese stesso. 

7. Come ti approcci alle tematiche femministe?

Sono una donna, non posso che essere femminista XD Però, come per tutte le cose, sono contraria ai fanatismi. Di certo mi piacerebbe un mondo dove per le donne ci fosse una reale uguaglianza di trattamento, invece ancora adesso non mancano esempi che mi fanno cadere le braccia. Per non dire che talvolta mi capita di imbattermi in donne che sono le peggiori nemiche di se stesse...

8. Rapporto con la TV: la guardi? e se sì cosa guardi?

Non guardo la TV da anni, non ricordo nemmeno più da quanto. Anche quando la guardavo, il mio interesse era quasi esclusivamente per film e telefilm, di altro seguivo giusto il telegiornale o programmi come Report.

9. A livello musicale sei da oggetto (compri CD, vinili ecc.) o vivi bene anche i file?

In casa ho di tutto, la fruizione dipende dal momento, non tanto da una preferenza. Per esempio, se sto trafficando e voglio tenere la musica di sottofondo, quasi sempre utilizzo dei file perchè così il tutto procede in automatico. Se però desidero godermi la musica di per sè, metto piuttosto un CD o un vinile.

10. Ti consideri un eterno bambino o preferisci essere adulto?

Domanda che capita in un momento molto particolare in cui ho partorito la giusta definizione per come mi sento: completa. Provo a spiegarmi: non sono più una ragazzina, non sono nemmeno una vecchietta, ma proprio per questo dentro di me comprendo ogni estremo. Non mi sono mai sentita l'età che avevo. Mi sono sempre comportata come un'adulta responsabile perchè questo è nel mio carattere, ma al contempo non ho mai cessato di giocare. Questo in passato mi ha fatto sentire sbagliata a volte, perchè le persone intorno a me vivevano diversamente la loro età. Adesso sono arrivata ad un punto in cui riesco a conciliare l'adulta e la bambina, come se fossero caduti i confini. e non mi sento più a rischio di TSO se leggo un manga shojou o gioco con le bambole.

11. Sei ordinato o disordinato? Riesci a spiegare la tua posizione in proposito?

Sono ordinata da fare schifo. Credo che dipenda dal fatto che ho tante, tantissime cose e che mi fa piacere trovarle. Se fossi disordinata, non ci riuscirei, a meno di perderci le ore, e forse nemmeno così. Perciò cerco sempre di rimettere al loro posto le cose dopo che le ho usate e mi spingo fino a compilare degli elenchi per avere tutto sotto controllo. Oppure ho un disordine ossessivo-compulsivo non diagnosticato XD

Quanto alle undici domande che dovrei fare io, confesso che queste qui sopra mi sono piaciute e quindi, a rischio di fare la figura della pigrona priva di fantasia, le rigiro pari pari.

Ed ecco il momento che tutti paventano, ovvero le mie nomination. Sperando di non fare doppioni, ovvero che non abbiano già ricevuto questo premio da altri, passo il testimone a:






E qui mi fermo perchè non è vero che gli accidenti tornano indietro: quelli a me indirizzati sono sempre arrivati, e cinque accidenti sono più che sufficienti! ^____^







lunedì 8 giugno 2020

Toy Boy


Pensare che non fa ancora nemmeno tanto caldo, eppure si vede che il cervello mi è già andato in pappa se ho visto questa roba qua... Dunque, siete avvisati: stiamo tra il trash e la telenovela, ma soprattutto stiamo in un prodotto che ammicca chiaramente al genere femminile perchè il dispiego di addominali scolpiti è massiccio. Del resto che cos'altro ci si può aspettare da un titolo così? La nostra vicenda ha inizio quando Hugo, un giovane stripper amante di Macarena, una delle donne più potenti di Malaga, viene accusato dell'omicidio del marito di lei. Hugo non ricorda nulla, sa solo di essersi svegliato a bordo della sua barca e di aver trovato sul ponte un cadavere decapitato, e tuttavia è convinto della propria innocenza. Dopo aver trascorso in carcere sette anni, viene fatto uscire in libertà vigilata da una giovane e ambiziosa avvocata che lavora per uno studio prestigioso; la sua capa dice di aver accettato la causa pro bono, in realtà è stata assunta dalla rivale di Macarena che vuole agitare le acque e creare uno scandalo che la favorisca in un vantaggioso affare. Hugo si rimette a fare lo stripper ritrovando i vecchi amici, e intanto cerca di dimostrare la sua innocenza investigando da solo. Con l'avvocata ha un po' di screzi, dopodichè finisce che se la porta a letto (ma dai, non l'avrei mai indovinato!). Intanto salta fuori che il marito di Macarena non era affatto morto, ma viene accoppato al suo ritorno in Spagna, e si cerca di incolpare Hugo anche per questo nuovo delitto. Eccetera. Una telenovela, come dicevo, e con così tanta carne maschile esposta che alla fine mi sanguinavano gli occhi (che detto da me è strano, in effetti XD). Tra l'altro ho capito chi era il vero colpevole che mancavano ancora tre episodi alla fine, episodi durante i quali non ho fatto che ripetere allo schermo che erano veramente tutti tonti visto che continuavano a cercarlo (non è servito, naturalmente). Dunque, serie adatta a chi ha qualche ora da buttare via scollegando il cervello e tenendo in funzione giusto il proprio lato voyeuristico.