sabato 22 febbraio 2020

volevo fare il falegname


Per motivi di budget e di scarsa fiducia nei ventenni, l'arredamento della casa del figlio piccolo lo abbiamo preso all'Ikea. Mi sono così ritrovata a montare alcune cose (quelle più piccole e leggere, perchè i problemi che ho alla schiena non mi consentono altro) e devo dire che mi sono divertita un sacco. Ovvero: ho anche tirato svariati bestemmioni, come può immaginare chiunque abbia mai montato i mobili Ikea, ma alla fine è prevalso il godimento del trafficare e la soddisfazione del rimirare il prodotto finito. E così mi sono ricordata di una volta, tanti tanti anni fa, in cui avevo detto a me stessa: appena potrò permetterlo (cioè appena non dovrò più occuparmi dei figli e smetterò di lavorare) mi dedicherò a lavorare col legno.  Il legno infatti è un materiale che adoro, ma che mi mette anche un po' in soggezione; tutto quel segare, piallare, scartavetrare... aiuto! Ho questo strano atteggiamento per cui a volte mi perdo d'animo davanti alle cose che non so fare e penso di essere troppo imbranata per imparare, poi succede che magari ci provo e scopro che ce la posso fare benissimo - e allora mi mando a quel paese per non averci provato prima. Insomma, montare i mobili del figlio piccolo mi ha fatto ricordare di quella promessa a me stessa, oltre a farmi tornare la voglia di cimentarmi. Che poi non è che mi voglio costruire un armadio, in realtà anche allora la mia intenzione era di dedicarmi alle miniature (ero fissata con la casa delle bambole) e dunque molte complicazioni vengono meno in partenza. Infine mi sono decisa a comprare un po' di materiale e così adesso non ho più scuse, dovrò provarci. Speriamo bene...

giovedì 20 febbraio 2020

Peaky Blinders


Secondo me Peaky Blinders è una delle migliori serie in circolazione. Evidentemente non sono l'unica a pensarlo, visto che ha vinto diversi premi. La serie (ora alla quinta stagione, ma ne sono previste altre due) segue le gesta di una banda di criminali di Birmingham a partire dal 1919 e prende il nome di una gang realmente esistita, anche se personaggi e accadimenti sono frutto della fantasia dello sceneggiatore. Il perno di tutti è Thomas Shelby, il capo; tornato dalla guerra privo della sua umanità – che però non ritengo scomparsa, quanto piuttosto nascosta molto bene – egli è uno di quei personaggi complessi che riescono sempre a stupire malgrado uno pensi di aver già visto tutto. Alternando la conquista di territorio e le attività criminose a quella di spia per il governo – quest'ultima dapprima gli viene imposta per ricatto, mentre in un secondo tempo egli la sfrutta per ottenere favori e potere – Thomas Shelby si adopera per costruire una facciata di legittimità che però non sempre funziona. In una società in cui le classi sociali sono importanti, egli è e resterà sempre uno sporco zingaro, inoltre la crisi del 1929 lo porterà a intensificare scommesse truccate e spaccio per recuperare le grosse perdite del patrimonio legittimo. Ciò che balza sempre all'occhio è come sia lui che i suoi famigliari agiscano sempre in maniera etica e coerente ai propri principi – benchè essi comportino per esempio la vendetta – mentre gli altri, quelli che in teoria dovrebbero essere dalla parte della giustizia (non solo i criminali rivali) si dimostrano invece meschini e traditori. Ottima la cornice dell'Inghilterra di inizio novecento e ottimi tutti gli attori, a cominciare da Cillian Murphy che interpreta Thomas; costui non mi ha mai impressionato particolarmente in passato, ma trovo che in questo ruolo sia eccellente.



martedì 18 febbraio 2020

Vagabond


Da diversi anni vedo serie televisive coreane; l'offerta è vasta e quasi sempre vi recitano bravi attori, mentre dal punto di vista tecnico tutto è ineccepibile. Ci sono trame per tutti i gusti e spesso i protagonisti sono sopra le righe, ma ritengo che questa sia una caratteristica propria delle soap operas in generale; in effetti gran parte del divertimento che provo nel vedere queste serie sta proprio nella scarsa sobrietà che porta i cattivi ad essere cattivissimi (e i buoni buonissimi), con figure eroiche che trionfano sopra ogni avversità o situazioni da melodramma strappalacrime. Per non dire che molti attori coreani sono dei gran bonazzi, il che non guasta ^___^ 



Anche Netflix si è messo a spacciare le serie coreane facilitandomene la visione, e difatti questo l'ho vista su Netflix. Vagabond rientra nel genere che io chiamo David contro Golia; il protagonista (interpretato da Lee Seung-Gi, che è uno dei miei preferiti) infatti si trova a combattere contro avversari molto più potenti di lui. Cha Dal-Geon è un ex-stuntman che vuole fare chiarezza sulla morte del nipotino e di altre duecento persone in un incidente aereo; tutto fa pensare a un problema di malfunzionamento del motore, ma Dal-Geon riconosce in un uomo che incrocia all'aeroporto lo stesso individuo che siede dietro al nipote in un video che il ragazzino ha girato prima dello schianto. Com'è possibile che egli sia sopravvissuto? Dal-Geon capisce che c'è qualcosa di losco e sospetta un attentato terroristico, iniziando a investigare insieme all'agente dei servizi segreti Go Hae-Ri (Bae Suzy, altra attrice che mi piace molto). Gli insospettabili autori dell'incidente naturalmente fanno di tutto per fermarlo, ma Dal-Geon non è stupido e l'allenamento come stuntman gli salva la vita in più di un'occasione. Siamo comunque al limite dell'incredibile, perchè di solito nella realtà quando la gente atterra in strada dopo essere ruzzolata giù da un tetto difficilmente si rialza come niente fosse, ma vabbè... A furia di correre aventi e indietro facendosi sparare addosso per la maggior parte del tempo, riusciranno i nostri eroi riusciranno a fare trionfare la verità? Al momento non ci è dato di saperlo perchè l'ultima puntata non è conclusiva, cosa che fa prevedere un seconda stagione, quindi come al solito rimango in attesa, ma fiduciosa che alla fine i protagonisti otterranno il loro scopo.

domenica 16 febbraio 2020

1917


Potrei sbagliare, ma che ricordi di film sulla Prima Guerra Mondiale è da moltissimo che non ne fanno, ragion per cui ci tenevo a vedere questo. La trama è presto detta: ad un paio di soldati viene affidato il compito di raggiungere un battaglione di milleseicento uomini e impedire che attacchino battaglia il giorno successivo; loro credono di avere via libera, in realtà i tedeschi hanno teso una trappola che li farebbe sterminare tutti. Con le linee telefoniche tagliate l'unico modo per avvisarli è spedire una staffetta: più facile a dirsi che a farsi, visto che si tratta di attraversare le linee nemiche che, benchè abbandonate, sono piene di trabocchetti, e di affrontare una serie di pericoli non da poco. La trama in questo caso è un semplice pretesto per mostrare uno spaccato di quella che è stato un conflitto sanguinosissimo (si calcolano nove milioni di morti, escluse le vittime civili che a loro volta ammontarono a diversi milioni) e in questo senso fa molto bene il suo lavoro. Senza dovere indulgere in troppi particolari, ci si fa un'idea dello squallore e della difficoltà della vita in trincea, così come appunto delle massicce perdite di vite umane; distruzione e devastazione nelle città bombardate dove però un flebile segno di vita e di speranza è dato dall'incontro del caporale Schofield con una giovane donna che si prende cura di un'orfanella. Da un punto di vista tecnico, ciò che balza all'occhio è l'uso del piano sequenza che il regista Sam Mendes ha ritenuto ideale per immergere lo spettatore nella realtà dei protagonisti. Ricapitolando: un buon film d'azione sostenuto da una trama che, benchè esile, è adatta a condurci in un viaggio attraverso questa guerra lontana. Ci sono alcuni colpi di scena che mi hanno fatto sobbalzare così come alcuni momenti toccanti (come l'incontro con la donna di cui sopra, o il canto del soldato prima dell'attacco) e la ricostruzione è decisamente ben fatta. Tutto mi è parso ben bilanciato e quindi non posso che dirmi soddisfatta di questo film.

venerdì 14 febbraio 2020

Appartamento 401 - Yoshida Shūichi


Uno spettacolo davvero straordinario. Dal balcone al terzo piano si vedeva la Kyū-kōshū kaidō, e nessuna delle migliaia di auto che ogni giorno transitavano lungo quell'arteria aveva mai causato un incidente.

Parade (パレード) è il primo romanzo di Yoshida Shūichi ed è del 2002, anche se in Italia è prontamente arrivato diciassette anni dopo; è stato insignito di un prestigioso premio letterario in Giappone e ne è stata tratta una versione cinematografica che nel 2010 ha vinto il premio FIPRESCI al Festival del Cinema di Berlino. Parade è la storia di quattro giovani che condividono un appartamento a Tokyo; sono due ragazze e due ragazzi, ai quali ad un certo punto se ne aggiunge un quinto, Satoru, un randagio che si mantiene prostituendosi. Originariamente nell'appartamento viveva Naoki con la fidanzata Misaki, ma quando le cose tra loro avevano cominciato ad andare male, si era unita Mirai, amica di Misaki. Naoki, per ripicca, aveva accettato di ospitare lo studente Ryōsuke, quindi, alla partenza di Misaki, era subentrata Kotomi. Nell'appartamento, malgrado la condivisione di spazi augusti, tutto fila in una generale atmosfera di convivenza pacifica. Kotomi, disoccupata e perennemente in attesa di una telefonata dell'attore emergente col quale ha una relazione segreta, si occupa delle pulizie, mentre Ryōsuke è indeciso se rubare o no la ragazza al proprio senpai, Mirai torna ubriaca fradicia quasi tutte le sere e Naoki, il più maturo, appare come il punto di riferimento di tutti. In realtà i cinque sono poco più che estranei e hanno scelto di indossare la maschera del coinquilino gradevole per amore del quieto vivere. Nessuno conosce veramente gli altri e alla fine il più schietto appare Satoru benchè inventi balle sul suo passato. Una serie di aggressioni a donne nel quartiere in cui abitano sembra coincidere proprio con l'arrivo di Satoru; ma sarà veramente lui il responsabile? Molto bello questo romanzo che dà voce a ogni personaggio dedicando un capitolo a ciascuno. Yoshida è come un entomologo che studi gli insetti di questo strano alveare con scientifica obiettività, senza giudicare, ma dimostrando come da dietro una maschera si possano arrivare a ignorare fatti gravi pur di non alterare un equilibrio che funziona. Il trionfo dell'ipocrisia, dunque? Non direi, perchè chi conosce un minimo la mentalità nipponica sa benissimo che indossare una maschera pubblica è una cosa tutt'altro che inconsueta nel paese del sol levante.

mercoledì 12 febbraio 2020

Promare


In un futuro imprecisato sulla Terra appare un gruppo di esseri umani mutanti che sono in grado di emettere fiamme; il fenomeno scoppia violento e incontrollato, riducendo in cenere intere regioni. Dopo trent'anni tuttavia la situazione è di nuovo sotto controllo e i burnish, come sono stati chiamati, vengono catturati e imprigionati come criminali. Galo è un giovane pompiere entusiasta che si guadagna una medaglia per aver catturato gli ultimi tre membri a piede libero della famigerata banda Mad Burnish, capitanata da Lio. Comincia a nutrire qualche dubbio sul fatto che sia giusto imprigionare tutti i burnish quando viene arrestato un innocuo pizzaiolo. Col procedere della storia scoprirà insospettabili nemici e troverà inaspettati alleati. Ero curiosa di vedere quest'anime perchè gli autori sono gli stessi di Kill la Kill (che non ho ancora visto ma che il figlio maggiore ha molto lodato) e di Gurren Lagann (che ho adorato). Si tratta di una pellicola ad alto tasso di adrenalina, con moltissime scene di azione e combattimenti così veloci che i miei occhi anziani a tratti faticavano a seguirli. Trama un po' prevedibile da un certo punto di vista – ma non voglio dire troppo per non spoilerare – che però cattura l'attenzione e porta lo spettatore a fare il tifo per i nostri eroi. Prevedibile anche l'happy ending che in questo genere di storie è scontato. Mi è piaciuto senza entusiasmarmi, probabilmente perchè il ritmo così concitato impedisce un maggiore approfondimento dei caratteri che risultano piuttosto stereotipati.

lunedì 10 febbraio 2020

due piccioni con una fava


Sabato ho avuto una giornata intensa perchè è capitata la coincidenza di dover fare ben due cose in quel di Bologna. Che poi "dovere" non è la parola giusta, visto che me le sono scelte al fine di divertirmi. La giornata è cominciata con la visita al Nerd Show, manifestazione alla quale non avevo mai partecipato. Quando sono arrivata alla fiera c'era una notevole fila alla biglietteria, però io avevo acquistato il biglietto online e quindi sono entrata subito, cosa che mi ha permesso di iniziare la visita dei padiglioni in tutta calma.


Mi sono divertita molto ad ammirare i lavori fatti con le costruzioni Lego; purtroppo non avevo con me la macchina fotografica e con il telefonino non riesco a rendere la bellezza e la complessità delle cose che ho visto.


Il Nerd Show ha gli elementi tipici di una classica fiera del fumetto, quindi venditori di fumetti, videogiochi, gadgets vari, eccetera. Io però mi ero già spesa tutta la paghetta lo scorso novembre a Lucca e quindi più che altro sono andata in giro a curiosare.


Mi è sembrata ben nutrita la presenza di illustratori, per non dire che erano anche molto più a portata di mano che a Lucca, dove a volte tocca di sgomitare ferocemente per potersi anche solo avvicinare a uno stand.

vuoi che non approfitti dello stand di Zakurafood per assaggiare qualche dolce giapponese?

Ho anche avuto la gradita sorpresa di incontrare nuovamente la brava a simpatica Linda Lercari, del cui libro Kaijin avevo parlato QUI. Con Linda ho fatto due chiacchiere e ho acquistato un altro suo lavoro del quale parlerò in seguito.


Esauriti gli stand e saziato lo stomaco, mancavano ancora due ore abbondanti al mio impegno successivo e quindi mi sono recata al palco degli spettacoli per vedere che cosa passava il convento. Sono riuscita a sentire la parte finale del concerto dei Cartoni Adirati, gruppo che credo sia di recente formazione e che propone sigle di cartoni in versione punk rock. Tra quelle che ho sentito c'era la mitica Daitarn 3.


Ho invece sentito per intero l'intervista ad Andrea Lorenzon, l'autore del canale youtube Cartoni Morti. Confesso che non seguo questo canale, anche se il figlio piccolo a volte mi ha fatto vedere alcuni dei suoi video. Lorenzon mi è sembrato una testa pensante e il suo discorso sulle scimmie che lanciano noccioline mi ha fatto ridere; devo tenermelo a mente nel caso mi dovessi mai trovare qualche troll sul blog ^___^

con fogli e spugnette a portata di mano per il laboratorio di Muciaccia

Dopo di lui doveva esserci Giovanni Muciaccia, mitico conduttore di Art Attack, ma purtroppo era molto in ritardo e io dovevo andare, quindi sono riuscita ad assistere solo alla distribuzione di carta, tempere e spugnette per il laboratorio che sarebbe seguito.


Il mio impegno successivo era dietro l'angolo, infatti non ho fatto altro che uscire dalla fiera e fare due passi per entrare al Teatro  EuropAuditorium ed assistere al musical The Full Monty. Si tratta della versione italiana del musical tratto dall'omonimo film; lo vidi alla sua uscita e ricordo che mi piacque molto. Tra l'altro fu il film che regalò popolarità a Robert Carlyle, fino ad allora relativamente poco noto. Anche questo musical è stato molto divertente, abbiamo riso un sacco e sulla scena dello strip-tease finale il pubblico si è immedesimato al punto da fare un tifo da stadio. Devo dire che sono contenta di aver deciso di darmi al musical, l'esperienza è certamente da ripetere.

immagine elaborata per motivi di privacy

Il viaggio di ritorno l'ho fatto in compagnia di Daenerys e John ^__^

sabato 8 febbraio 2020

Jojo Rabbit


Se devo dire la verità, la prima volta che ho sentito parlare di questo film con protagonista un bambino che ha come amico immaginario Hitler ho storto il naso. Non faccio parte di quelle persone che credono che ci siano argomenti sui quali non si possa mai e in nessun caso ridere perchè con tutto quello che mi è successo in vita mia, se non avessi avuto il mio senso dell'umorismo  e l'ironia a tenermi a galla, addio. Perciò alla fine ho vinto la mia reticenza anche grazie alle molte recensioni positive lette in giro. Che dire: il film mi è piaciuto molto. L'inizio, a partire dalla sigla con le folle esaltate, è semplicemente esilarante, e anche se poi prende una piega più seria, non mancano mai situazioni e battute che fanno ridere. Il ragazzino protagonista, Roman Griffin Davis, è bravissimo e lo stesso regista Taika Waititi che fa la parte di Hitler mi ha fatto troppo divertire. Insomma, questo film è la chiara dimostrazione che si può dare una lezione di storia seria anche attraverso l'ironia e la risata. In generale mi pare che prevalga un'atmosfera quasi da favola e il finale è consolatorio, ma nel senso migliore del termine: non è una di quelle smancerie che si vedono a volte, ma un vero inno alla vita, alla ritrovata libertà e alla voglia di abbracciare il futuro.

giovedì 6 febbraio 2020

se non vedi vie d'uscita, tanto vale che te la godi


Non sono una che getta la spugna, però obiettivamente esistono situazioni in cui non si può fare altro che restare a guardare e attendere gli eventi. A volte penso che sarei stata una di quelli che continuarono a ballare mentre il Titanic affondava - posto che ciò risponda a verità e che non sia l'ennesima leggenda metropolitana. Ma insomma ci siamo capiti, no? Se devo restare ad aspettare eventi sui quali non ho la minima influenza, tanto vale che inganni il tempo piacevolmente. Questa comunque è una cosa che ho dovuto imparare, è stata una questione di sopravvivenza. Per carattere non accetto di non poter far niente, però anni fa sono arrivata al punto di dover scegliere tra la mia sanità mentale e l'arte della rassegnazione. Ha prevalso l'autoconservazione. E per fortuna, perchè quella lezione non l'ho mai dimenticata e ciclicamente mi tocca di rimetterla in pratica. Così in questi giorni sono qui che attendo gli eventi. Non è facile tenere a bada preoccupazione e rabbia, ci riesco solo con l'allenamento. Ripeto il mantra: pensa a qualcosa che ti faccia felice e falla.  

martedì 4 febbraio 2020

una cosa tira l'altra

Non ricordo più se è venuto prima l'uovo o la gallina, ovvero se prima ho visto che a Milano facevano il musical Priscilla la Regina del Deserto o se quando in autunno ho deciso di dedicarmi a musicals e operette ho cercato che cosa passava il convento. Sia come sia, non ho avuto alcun dubbio e ho preso subito il biglietto, dopodichè è saltato fuori che volevano venire anche i miei figli, cosa che mi ha riempito di gioia perchè ora che sono grandi non capita spesso di fare qualcosa insieme. A Milano vado sempre volentieri così sono partita di mattina in modo da avere davanti parecchio tempo prima dello spettacolo. 

quando un po' di Giappone sbarca a Milano ad opera dei cinesi: l'okonomiyaki di Maido

A questo giro però non avevo molta voglia di fare la turista nè di aggirarmi a fotografare seriamente, invece ho deciso di fare un po' di shopping. Subito dopo essere sbarcata in stazione e aver mollato lo zainetto in hotel infatti sono andata in Piazza Gae Aulenti a farmi un giro da Muji. Avevo adocchiato una camicia, ma non ci entravo, così mi sono consolata con un paio di quaderni. Da lì sono andata in zona Duomo ed è finita che la camicia l'ho presa all'Oviesse, che è meno esotico ma ha taglie più adatte al mio sederone. Intanto si era fatta ora di pranzo e, anche per avvicinarmi al Mudec (dove volevo visitare le mostre), sono sbarcata a Porta Genova e sono andata a mangiare l'okonomiyaki da Maido, in Via Savona 15.


Al Mudec c'erano ben tre mostre che mi interessavano, per fortuna c'era un biglietto cumulativo scontato. Non sapevo che avessero aperto una collezione permanente dedicata al Giappone; è proprio da quella che ho cominciato. Questa parte era dedicata ai rapporti tra Italia e Giappone, a partire dalla prima ambasceria di giovanissimi giapponesi convertiti al cristianesimo che vennero in Italia nel 1585, per concludersi con parte della collezione di oggetti acquistati dal conte Lucini Passalacqua che si recò in Giappone nel 1871 e realizzò poi un museo privato presso la propria villa.


L'altra esposizione era dedicata invece alle influenze artistiche giapponesi sull'arte europea, concentrandosi principalmente sull'arte italiana e francese. Decisamente questa mostra è una parente stretta di quella sul giapponismo che ho visto a Rovigo qualche mese fa.


Per combinazione, al Mudec era ospitata anche una mostra di fotografia di Elliott Erwitt che è uno dei miei fotografi preferiti, quindi non potevo certo farmela scappare. Di Erwitt ho sempre amato l'ironia e al contempo la capacità di produrre foto ad alto impatto emotivo, e difatti non sono rimasta delusa nemmeno questa volta e vedere (o rivedere) i suoi scatti è stato un grande piacere.



Malgrado avessi fatto un piccolo intervallo tra una mostra e l'altra bevendo un caffè e mangiando una fetta di torta al cioccolato, cominciavo a essere un po' stanca, e tuttavia avevo ancora alcune ore davanti e quindi ho raggiunto Pasini 1922 in Viale Tibaldi 3, una cartoleria storica specializzata in carta e articoli per la legatoria. Poichè ultimamente mi stanno frullando in testa alcune idee da realizzare, prima di partire mi ero documentata un po'. Fino a qualche anno fa nella mia città c'era una cartoleria molto ben fornita di carta di tutti i tipi, ma ovviamente ha chiuso; perchè non approfittare della mia gita a Milano, allora? Da Pasini 1922 ho preso tre fogli di carta e ho lasciato un pezzo di cuore perchè c'erano delle cose troppo belle. 



A quel punto sono andata in hotel per ricaricare le pile in vista della serata; tra l'altro la notte prima di partire avevo anche dormito pochissimo. Ci voleva proprio un riposino! Sono poi tornata fuori dove, dopo una pizza veloce e una ventina di minuti sull'autobus, ho raggiunto il Teatro degli Arcimboldi per recuperare i biglietti e mi sono messa ad aspettare l'arrivo dei figlioli. Priscilla la Regina del Deserto è un film che amo e che ho rivisto più di una volta; il musical è un adattamento semplificato della trama del film, con delle splendide coreografie, dei costumi da urlo (che spesso riproducono fedelmente quelli del film) e una serie di classici della disco music - e non solo - che fin dalle prime note facevano impazzire il pubblico. Mi sono divertita davvero moltissimo e ho apprezzato la grande bravura degli interpreti; anche i figli hanno gradito.


non ho incontrato gatti veri, solo questo su un muro XD

La mattina dopo mi sono svegliata ancora di buon umore e ho affrontato le ultime ore prima di riprendere il treno verso casa. Ancora una volta sono andata a botta sicura perchè mi ero documentata. Prima tappa la Libreria Libet in via Terragio 21; si tratta di una libreria che vende solo libri usati. Non avevo in mente nessun titolo in particolare e come al solito sono andata a naso pescando tre volumi dagli scaffali del tutto a € 3. Mi sono poi avviata con calma di nuovo verso zona Duomo, facendo una prima sosta alla Libreria Rigadritto in via Brera 6, dove ho lasciato il secondo pezzetto di cuore. C'erano delle cose meravigliose! Lì però ero entrata più che altro per curiosare, oltre che per cercare del washi tape che però non avevano, così dopo aver girovagato un altro pò nei dintorni, sono andata alla Rinascente trovando finalmente quello che cercavo (la mia cartoleria di fiducia qui in città di washi tape ne ha poco e quello che ha non mi entusiasma). E poi basta, fine dei giochi e inizio del viaggio di ritorno in treno...

domenica 2 febbraio 2020

un mese in quattro foto: gennaio


Uno dei lavori di Riccardo Zangelmi che mi è piaciuto di più è questo dei due bambini che giocano a nascondino.


Ho finalmente usato di nuovo le formine per biscotti a forma di gatto, era da un secolo che non lo facevo!


Restando in argomento felino, questo è uno dei gatti della mia amica A. Bello e socievole, ha solo la brutta abitudine di piantare le unghie negli stinchi degli ospiti di quando in quando XD


Ecco una delle sei sedie che ho montato tutta da sola. Non era difficile, ma io mi esalto con poco e quindi sono stata molto orgogliosa di me stessa.

venerdì 31 gennaio 2020

gennaio dinamico


E' da parecchio che mi sono accorta che a farmi crescere sono le crisi. Quando va tutto bene, uno sarà anche tranquillo e rilassato, ma non è che impara niente di nuovo. Invece quando le cose vanno male occorre rimboccarsi le maniche e questo porta inevitabilmente a un cambiamento e a una crescita personale. A questo giro non è che ho avuto una vera e propria crisi, ho avuto moltissima arterio per le ultime settimane del 2019 e un piccolo episodio mi ha fatto ricordare qualcosa che tendo a dimenticare. E' poi successo che non solo ho ricevuto un consiglio dalla mia amica saggia, ma quella che io chiamo serendipity - Daffo lo chiamerebbe Universo - mi ha mandato ben tre segnali nello stesso giorno. Così è stato come se mi avessero ricaricato le pile; mi è venuta una gran voglia di fare e di brigare e gennaio è stato un mese attivo.



Gennaio è cominciato con l'energia positiva del raduno delle Sardine che hanno riempito una delle piazze della mia città alla vigilia della contestata visita di Capitan Nutella - contestata perchè svoltasi nell'ambito di una tradizionale festa cittadina che non ha mai avuto nessuna connotazione politica, per cui a molte persone ha dato fastidio l'opportunismo dimostrato nello sfruttare questa occasione. Anche se non partecipo mai a manifestazioni e cortei, sono stata contenta di esserci andata e ho apprezzato il breve discorso di Mattia Santori. Insomma, per una volta tanto mi sono sentita circondata da miei simili, il che mi succede di rado. Non affronto mai l'argomento della politica in questo blog e non comincerò a farlo ora; mi sono identificata con questo movimento perchè non sopporto le manipolazioni, l'opportunismo, l'abilità nell'esaltare la parte peggiore delle persone, l'accanimento nel distruggere i valori della convivenza civile - tanto per fare qualche esempio. Credo che sia veramente importante che le brave persone facciano sentire la propria voce, perchè limitarsi a scuotere la testa all'interno della propria casa storicamente ha dimostrato di essere inutile.



Un mese dinamico significa anche che me ne sono andata un po' a zonzo. Oltre che a Venezia (di cui ho già detto) e a Milano (di cui racconterò presto) sono stata in quel di Ravenna a visitare alcune mostre. L'immagine qui sopra è uno dei lavori di Riccardo Zangelmi che erano esposti al MAR. Zangelmi è uno dei pochissimi artisti al mondo che utilizza i mattoncini Lego per le sue creazioni, e che creazioni! Sono rimasta letteralmente a bocca aperta davanti alle sue sculture.



Molto belli anche i ritratti in grande formato che Chuck Close ha realizzato con la tecnica del mosaico e della tessitura. Davvero sbalorditiva la maniera con cui è riuscito a rendere dettagli come i peli della barba o le sopracciglia; credevo fossero dipinti, invece erano minuscoli pezzi di ceramica!



La serie delle meraviglie si è conclusa in gloria con la visione delle opere partecipanti al concorso Libri Mai Mai Visti. Tre anni fa pareva non si dovesse fare più e la notizia mi aveva molto rattristato, così sono stata felice come una Pasqua quando ho visto che quest'anno lo rifacevano. Come sempre sono rimasta sbalordita dall'inventiva e dalla creatività dimostrata dai partecipanti.


lo scatenato can can di Offenbach

Sono stata a teatro due volte, la prima per vedere Orfeo all'inferno di Offenbach, la seconda per il recital di Maria Pia Timo, nostra gloria locale e campionessa di simpatia. Il programma del teatro cittadino è ricco e variegato, ma io ho scelto di andare a vedere solo cose allegre perchè ho bisogno di farmi due risate. Infine, sul fronte della vecchia casa sono lieta di annunciare che finalmente abbiamo finito di arredare l'appartamento del figlio piccolo. Ho deciso che considero chiusi i lavori malgrado fabbro e falegname siano desaparecidos e l'imbianchino abbia la crisi esistenziale, tanto si tratta di ritocchi esterni e di piccola entità. La causa dell'infiltrazione d'acqua nell'ingresso - ultima novità sul fronte delle notizie stressanti - al momento non è pervenuta, ci penseremo al prossimo temporalone.

mercoledì 29 gennaio 2020

letture di gennaio

Questo mese ho letto parecchio, del resto in inverno sto molto in casa. In realtà so bene che dovrei muovermi di più, fare una passeggiata ogni tanto, se non tutti i giorni, ma è andata così. E' anche vero che sono stata meno tempo su Netflix e quindi ne ho avuto di più da dedicare ai libri. I libri letti in parte arrivano da mercatini o dal book-crossing, in parte dalla biblioteca. 



Fiammeggiante come un pappagallo, la donna guizzava lungo la via. Un impermeabile leggero, stinto dalle intemperie in una gamma di toni verde pastello, la fasciava stretto in vita sopra i fianchi dall'ondeggiante ritmo e lasciava intravvedere attraverso una strappatura una gonna di panno giallo sdrucita; bastava uno sguardo per accorgersi che  lo strappo non era recente e capire che quella pigra di una sciattona ignorava l'uso dell'ago.

Shabby Tiger è il secondo romanzo del gallese Howard Spring; pubblicato nel 1934, è una storia che ho trovato divertente, anche se mi rendo conto che Spring fosse serio quando l'ha scritta. Divertente perchè i libri datati sono spesso pieni di accadimenti che destano scandalo, o meglio, che lo destavano all'epoca della loro pubblicazione, mentre ai nostri giorni tutto questo scandalo non sarebbe. D'altro canto, poiché l'essere umano è sempre quello da che popola il pianeta terra, le pulsioni, le azioni e le emozioni sono le stesse. Altra cosa che mi ha divertito è lo stile; la traduzione  è scorrevole e piacevole, tuttavia non mancano termini ed espressioni che ora non useremmo mai. La copia in mio possesso è del 1955 e proviene dalla libreria di book-crossing di Portico di Romagna. La tigre del titolo è Nick Faunt, un giovane pittore rampollo di ricca famiglia che se n'è andato di casa diciottenne dopo che il padre l'aveva costretto a sposare la fantesca che aveva messo incinta; la ragazza però aveva perso il bambino ed egli aveva preferito l'indigenza a uno stile di vita imposto. Nick ha molto talento ma non è ancora famoso, anche perchè il suo carattere orgoglioso lo tiene lontano da tutte le fonti di guadagno che prevedono qualche genere di compromesso. Nella sua vita entrano due donne, Rachele e Anna. La prima è un'arrampicatrice sociale – e mi è stata profondamente antipatica – la seconda è una ragazza madre che s'innamora di lui a prima vista. Se Nick da principio sembra attratto da Rachele, finisce per sposare Anna. Nel mezzo ci sono molti personaggi al quale viene dedicato abbastanza spazio da rendere il tutto un racconto corale. 


Di chi sono i ricordi? So di ricordare cose che non ho mai visto, che non avrei mai potuto vedere, che si compirono prima, persino molto prima della mia nascita. Eppure anche questi ricordi mi appartengono, sono miei.

Questo bel romanzo autobiografico a firma di Diego Lanza – persona a me sconosciuta che, m'informa la quarta di copertina, è un esimio grecista – si concentra sugli anni dell'infanzia. Siamo nell'Italia ancora in guerra, e poi nell'immediato dopoguerra. La madre di Lanza, ebrea, è morta quand'egli aveva quattro anni, la nonna è stata deportata dai fascisti e lui è stato spedito a nascondersi a casa di amici in via precauzionale; il padre stesso se ne va prontamente di casa dopo la prima visita delle SS. Finita la guerra, ricomincia una parvenza di vita normale, con la scuola e tutto ciò che fa parte della vita di un ragazzino. Lanza ce lo racconta con una prosa allo stesso tempo erudita e confidenziale, come se stesse rivangando i ricordi davanti a un bicchiere di vino e noi fossimo amici che l'ascoltano parlare. Non sapevo che cosa aspettarmi da questo breve romanzo e l'ho concluso col desiderio che durasse ancora, il che è un buon segno. Confesso di averlo prelevato dalla biblioteca solamente per via del gatto del titolo poiché mi è venuto un nuovo capriccio, ovvero di leggere libri con questa caratteristica, anche se non vorrei farlo intenzionalmente, bensì affidarmi alla solita serendipity. L'idea del resto mi è venuta quando pesca i miei soliti libri da cassonetto e di gatti nel titolo me ne sono capitati sotto gli occhi ben tre.


La domenica 9 ottobre 1927 Mussolini inaugurava a Roma la prima mostra del grano, Il giorno dopo, lunedì, Evelindo Nasazzi, a Dervio, metteva sottoterra Animella Carlini, quarantasei anni, la sua prima moglie.

In quel di Bellano a questo giro si parla della costituenda banda cittadina. O meglio, del tentativo di costituirla, perchè se andasse tutto liscio non ci sarebbe molto da dire, mentre Vitali imbastisce un divertente teatrino nel quale appaiono suonatori dalle mogli manesche, ragionieri con troppi figli e ragazze dalle tette troppo grosse. Sullo sfondo dell'Italia fascista – dettaglio che in questo caso diventa importante per la trama – si muove la solita umanità che questo scrittore sa ritrarre così bene, rendendo ogni personaggio vivo davanti agli occhi del lettore. Questi romanzi dal tono leggero che mi fanno sempre sorridere sono l'ideale in questo periodo nervoso e poco felice.




Mi ero fatto sette mesi. Sette mesi infernali in una cella umida, con un paio di teppisti per compagni, una ruvida divisa di stoffa grigia ed un appariscente numero cucito sul petto.

Lo confesso, questo è un altro di quei libri che ho preso per la copertina. E' un'edizione del 1962 e si tratta più di un lungo racconto che di un romanzo. Giallo in stile hard-boiled, narra di un uomo appena uscito di prigione e in cerca di lavoro che si propone quale aiutante di un investigatore privato e, per dimostrare quanto vale, si offre di ritrovare alcuni gioielli rubati. Tuttavia quello che crede essere un caso facile svela un giro di ricatti che coinvolge un personaggio disposto a tutto pur di non farsi scoprire, in quanto ad un certo punto a sua volta è finito ricattato da una delle sue vittime. Storia che di legge in breve tempo e che è divertente, se non memorabile. 




OGGI CHIUSO.
«O bestia!» mormorò l'uomo.
Era almeno un mese che non aveva una bella balla da raccontare in casa per uscire tranquillo, senza destare sospetti, e andarsene a Lecco, e adesso trovava chiuso!

Con tanti romanzi scritti, è inevitabile che la qualità non possa essere eccelsa in tutti e così ho trovato questo libro un po' sottotono rispetto al solito.  Nella solita Bellano alcune lettere anonime scritte in versi sembrano denunciare il comportamento scorretto di un membro eminente della cittadina. I carabinieri si mettono a investigare, anche se in realtà hanno altro per la testa. Per esempio, il maresciallo Maccadò è appena diventato padre ed ha realizzato con orrore di aver chiesto il trasferimento, mentre sua moglie ha appena espresso il suo apprezzamento per Bellano. Il brigadiere e l'appuntato sono più impegnati a mettersi reciprocamente i bastoni tra le ruote che a svolgere il loro lavoro, e intanto da Lecco chiedono informazioni su un personaggio ambiguo. Scoppia anche un'epidemia di morbillo nel casino e si ammalano sia le puttane che i clienti; non mancano come al solito parroco e perpetua. Insomma, il tutto risulta comunque gradevole ma secondo me non all'altezza di altre storie con più verve e con personaggi più originali.




L'isola era un ammasso di rocce scure, sperdute nell'oceano sconfinato. I venti di tutto il mondo la colpivano, e le onde percorrevano tre quarti di giro del globo per scagliarsi rumorosamente contro la riva.

The Monster from Earth's End è del 1959 e il suo autore ha il merito di essere stato l'inventore degli universi paralleli, a quanto mi dice Wikipedia. Questo romanzo invece ha una trama piuttosto classica, ovvero lo scontro tra un gruppo di uomini e un essere mostruoso. Siamo su di un'isola sperduta nell'oceano Pacifico che ospita una piccola comunità in quanto la sua posizione è strategica per chi viaggia verso l'Antartico. La notizia dell'arrivo di un gruppo di uomini in licenza riempie di eccitazione gli abitanti che non vedono l'ora di un po' di svago e di chiacchiere con qualche faccia nuova; purtroppo però l'aereo in avvicinamento comincia a comportarsi in modo strano e quando finalmente atterra (per meglio dire, si schianta), all'interno si trova solo il pilota che subito si suicida. Qual è il motivo del suo gesto e dove sono finite le altre persone che erano a bordo? Sarà compito del comandante della base di Gow Island chiarire il mistero mentre cerca di salvare la pelle sua e dei suoi colleghi. Storia ben scritta e con una sottotrama romantica forse per sdrammatizzare il tutto, The Monster from Earth's End si è rivelato una lettura molto piacevole, capace di tenere con il fiato sospeso in attesa della rivelazione finale. Per uno scafato lettore dei giorni nostri non c'è niente di davvero sorprendente poiché si sono già viste/lette cose simili, ma come già detto in passato conta molto la maniera in cui una storia è narrata e non solo la sua l'originalità, a parte che nel 1959 probabilmente c'era anche l'elemento originalità. La mia copia l'ho raccattata a un mercatino di beneficenza e anche se non è impeccabile la conserverò.


Il pomeriggio sembra sereno, ma il tempo è sul chi vive. Il signor Watanabe si fruga nelle tasche come se gli oggetti assenti fossero sensibili all'insistenza.


Andrés Neuman ha scritto un lavoro eccellente. Normalmente non lancio aggettivi tanto altisonanti, ma era da un po' che non leggevo un romanzo che parlasse così profondamente al mio animo – al mio kokoro. Il protagonista della storia, Yoshio Watanabe, è doppiamente sopravvissuto alla bomba atomica: quella di Hiroshima, dove si era recato col padre, e quella di Nagasaki, per  aver perso il treno che lì doveva riportarlo. Allevato dagli zii di Tokyo, Yoshio non riesce mai a superare completamente il trauma e al contempo rifiuta di essere considerato una vittima. Esorcizza il suo passato viaggiando; si trasferisce prima a Parigi per studiare, poi negli Stati Uniti, in Argentina e infine in Spagna. In ognuno di questi paesi ha una storia d'amore e il libro alterna il racconto di come le sue donne l'hanno conosciuto al presente di Yoshio, ambientato nel 2011 a partire dal disastro del terremoto/tsunami/disastro nucleare in Giappone. Quest'ultimo accadimento per Yoshio è un punto di svolta, l'occasione di guardare finalmente in faccia i suoi demoni e di cercare di ricomporre la sua frattura. Neuman dice molto non solo sul Giappone, ma anche sui paesi dove Yoshio ha vissuto e sugli avvenimenti in essi accaduti, così come dice molto sui vari rapporti di coppia. La sua scrittura oltretutto è particolare, evocativa, ed è stato un vero piacere perdersi tra le sue frasi. Insomma, ho chiuso le letture del mese in bellezza con questo libro.